Si può insegnare architettura?

L’appuntamento è per Venerdì 14 dicembre, Università degli studi di Napoli Federico II, Facoltà di Architettura, Dipartimento di Progettazione urbana e di Urbanistica. È
L’occasione è il Seminario sulle sperimentazioni didattiche tenute nell’ambito dei corsi di laurea in Architettura da “giovani” docenti a contratto del settore disciplinare composizione architettonica e urbana.
Un’iniziativa davvero particolare, della quale abbiamo parlato con Carmine Piscopo, che insieme a Claudio Finali Russo e Stefano Memoli si sono “inventati” un contenitore, Minimadidattica , e hanno lanciato questo “call for cards”, una cartolina, tre domande, millecinquecento caratteri per discutere dello stato dell’arte dei ‘nuovi’ corsi di composizione.

Per prima cosa provo a spiegare velocemente che cos’è minimadidattica, ci dice Piscopo. È un gruppo di lavoro, un’iniziativa editoriale, un contenitore di dibattito, un blog. È il tentativo di sistematizzare i numerosi contributi didattici che una generazione di ricercatori, definiti tradizionalmente “giovani” (in relazione non tanto all’età anagrafica quanto, piuttosto, alla condizione precaria), ha fornito in anni recenti nei corsi assegnati con contratto d’insegnamento annuale.

Proviamo a fare qualche domanda, ma il nostro interlocutore fa tutto da solo. In un anno vengono pubblicati circa mille nuovi titoli di architettura e urbanistica. Perché pubblicare il milleunesimo? I blog su internet sono milioni, perché editarne uno di più? I seminari affollano il calendario delle Facoltà, perché appendere l’ennesima locandina?
Perché crediamo nella possibilità di condividere sistemi e metodi d’insegnamento.
Perché pensiamo che sia necessario superare una storica incomunicabilità tra le diverse ‘scuole’, che sia possibile scoprire insospettate affinità tra mondi presupposti lontani o imbarazzanti differenze tra presunti compagni di bottega.
Perché non diamo per scontato che si sappia/si possa insegnare architettura e riteniamo indispensabile dedicare alla questione didattica uno spazio di riflessione sulle differenti sperimentazioni in campo.

L’obiettivo? Partire dal “già fatto” per rileggerlo in chiave critica, assegnando un primato ed una centralità alla materialità dell’architettura, da cui partire di volta in volta secondo punti di vista, tradizioni, prassi operative differenti alla ricerca di un percorso didattico comune.

Ce la faranno i “giovani”, brillanti, precari docenti napoletani a cambiare le regole del “loro” gioco?
Difficile dirlo. Ancora più difficile farlo. Di certo vale la pena provarci.

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