Giovanni B., maestro di legalità

Questa settimana torniamo a parlare di educazione alla legalità. Della necessità di promuovere e sviluppare il senso civico di ragazzi e ragazze di ogni parte di Italia.
Non solo perché non si fa mai abbastanza per diffondere la cultura della legalità e determinare un rapporto più virtuoso tra cittadini ed istituzioni. Ma anche perché la storia di questa settimana è di quelle davvero da non perdere.
Non ci credete?
Leggete e vedrete.

Per cominciare è bene sappiate che Giovanni B. ha 57 anni. Che nella sua vita ha fatto il lavoratore edile, poi l’imprenditore edile, poi di nuovo il lavoratore edile e poi il sindacalista. E che da qualche anno si ritrova a raccontare la sua storia a ragazzi e ragazze delle scuole di ogni ordine e grado.
Ma è bene procedere dall’inizio.

“Per me l’inizio risale a quando avevo 13 anni. Muore mio padre. Mia madre si ritrova con me, mio fratello di 7 anni, mia sorella di 2. Devo lasciare la scuola per il lavoro, e l’unico lavoro possibile per un ragazzo di 13 anni è nel settore edile”.
“La prima grande soddisfazione arriva quando compio 18 anni. Già da qualche mese il mio datore di lavoro mi diceva che al compimento del diciottesimo anno mi avrebbe fatto un regalo importante.
Come ho detto, ero orfano di padre e credevo molto in lui.
Il giorno che ho compiuto 18 anni si è presentato da me con un foglio di carta sul quale c’era scritto che da quel giorno ero “mastro” muratore.
Lo aveva comunicato anche all’ufficio del lavoro. “Per me è davvero una soddisfazione straordinaria. Oltre che un deciso miglioramento delle mie condizioni di vita, dato che passavo da 1200 a 1650 lire al giorno”.

Poi?
“Ho 20 anni quando il datore di lavoro si ammala. Mi chiama e mi dice che ho le capacità per diventare imprenditore. Mi sembra impossibile. Mi convince. Arrivo al punto di avere 9 dipendenti. Ma un giorno, avevo già 23 anni, muore un operaio per un incidente sul lavoro. Anche se non avevo alcuna responsabilità, il senso di colpa mi divora, e non me la sento di continuare”.
“Dopo qualche mese, divento operaio in una grande azienda edile che costruisce autostrade. Nel settembre del 73 Mi iscrivo al sindacato. Fino ad allora non sapevo cosa fosse. Un vecchio delegato edile mi fa scuola sindacale e mi spinge a diventare delegato”.

Giovanni è ormai un fiume in piena.
“Nell’80 cambio azienda, finisco in una impresa che deve costruire una diga.
Le cose non vanno bene, c’è una commistione forte con la mafia.
Organizzo lo sciopero per il rispetto dei nostri diritti. Vengo sequestrato. Mi minacciano tutta la notte. Mi spezzano due dita del piede con un pezzo di ferro. Minacciano i miei figli. Ho paura. Penso di cedere e lasciare il lavoro”.

Invece cosa accade?
“Accade che torno a casa e trovo amici, sindacalisti, dirigenti di partito, la polizia. Mi convinco a non mollare. Il giorno dopo torno a lavoro. Coloro che mi avevano minacciato vengono arrestatati. La mia vita diventa impossibile. Sei mesi dopo mi licenzio”.
“Nell’85 mi chiedono di dare una mano al mio sindacato, la CGIL.
Per un anno resisto, non mi sento  adeguato. Continuano a insistere. Nell’86 accetto e comincio a lavorare nel sindacato edili. Nel 99 divento segretario generale della categoria. Sento l’esigenza di fare qualcosa di significativo per i lavoratori che rappresento. Mi impegno in una lotta senza quartiere contro il lavoro nero, l’illegalità, la mafia. Si scatena l’inferno”.

È il periodo per te peggiore.
“Sicuramente sì. Mi mettono una bomba nell’auto e la fanno saltare. Mi sparano al passaggio a livello. Mi impiccano il cane. Telefonano a mia figlia accusandomi di portare la famiglia allo sfascio. Mi assegnano la scorta. Per 6 mesi devo stare lontano dalla mia città. Io però non ce la faccio a stare lontano da casa. Chiamo mia moglie. Rinuncio alla scorta. Torno a casa. Ricominciano le minaccie e le pressioni. A dicembre 2004 lascio la categoria”.

Adesso?
“Adesso racconto la mia storia alle ragazze e ai ragazzi del Sud. Spiego perché è importante scegliere sempre, nelle piccole come nelle grandi cose, la via della legalità.
In particolare per noi del Sud è questo uno snodo decisivo. E dunque vado molto volentieri nelle scuole a parlare di queste cose”.

Il prossimo appuntamento?
“A Bari, l’8 marzo”.

Se siete interessati ad organizzare nella vostra scuola una iniziativa sulla legalità e avete voglia di ascoltare la storia di Giovanni B. non esitate a scriverci. Saremo felici di mettervi in contatto con lui.

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