Era un giovidì, signò

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Categories: Enakapata, Libri

From Enakapata. Thursday, September 11 2006
Non avevo dubbi. Ma mentre metto a punto il corso per il nuovo anno accademico ripenso con piacere all’interesse riscosso dal modulo sulla Serendipity. Un interesse che l’esempio di Carninci ha sicuramente contribuito a rafforzare. Thomas Kuhn e la struttura delle rivoluzioni scientifiche, il cambiamento di paradigma, l’inganno del saggio scientifico, le scoperte multiple indipendenti, il rapporto tra genio e caso sono diventate anche grazie a lui qualcosa di più del “solito” programma del corso di sociologia dell’organizzazione da studiare “a pappardella” per sostenere l’esame e cancellarlo dalla memoria il giorno successivo. Mi convinco sempre più che per apprendere bisogna in primo luogo capire. Poi studiare. Infine connettere ciò che si è capito e studiato a contesti di vita reali. Il resto è noia. Roba per cacciatori di crediti. Studenti senza qualità.
Esce oggi un mio nuovo articolo dedicato ancora alla serendipity e all’organizzazione della scienza. Lo spazio tiranno costringe Pierangelo Soldavini, vicecaporedattore di Nòva, a sforbiciarlo qua e là. La cosa gli riesce con una maestria che la sintesi che segue non riesce di certo ad eguagliare.
Il punto di partenza è dato dal concetto di Serendipity, sconosciuto ai più, buffo anzichenò, con un certo non so che di magico, una sorta di supercalifragilistichespiralidoso della ricerca sociologica che dobbiamo al genio di Robert K. Merton. Quello di arrivo dalla possibilità che l’interazione di menti preparate in ambienti socio cognitivi serendipitosi moltiplichi ed acceleri le opportunità per tutti quei soggetti – città, università, imprese – che intendono puntare sull’innovazione, scrutare i segni del tempo, ridefinire il proprio ruolo nella società, conquistare nuovi spazi di mercato.
L’idea è insomma che per questa via si possa crescere di più. Sfruttare di più e meglio le opportunità. A sostegno dell’idea cito ancora una volta il lavoro di Carninci. Ricordo che in Italia non ha avuto la possibilità di stabilirsi come ricercatore, pur avendoci provato per diversi anni, sia in campo universitario che nell’industria biotecnologia. Che mentre le domande con le quali era solito fare i conti dalle nostre parti erano del tipo: prenderò il prossimo stipendio? devo cambiare lavoro? se non compero la carne ma mangio solo spaghetti, riesco ad avere i soldi per fare benzina e andare in laboratorio?, giunto in Giappone le domande prevalenti sono diventate di colpo: come capire la funzione del genoma? come sviluppare tecnologie che permettono l’analisi in parallelo di molti geni? Evidenzio il fatto che in Giappone, come negli Stati Uniti, le strutture di ricerca sono organizzate, la ricerca è un investimento in sapere, il ricercatore è considerato un produttore di conoscenza e di brevetti per lo sviluppo del paese. Indico la necessità di prendere atto della oggettiva difficoltà del nostro Paese ad uscire dai confini della sperimentazione, a delineare una prospettiva nella quale le eccezioni diventino la regola, le buone pratiche la norma. Sottolineo che si tratta di un prendere atto che non significa subire, ma piuttosto comprendere fino in fondo tali difficoltà per incrementare le effettive possibilità di superarle. Come? Ad esempio attivando processi di sensemaking, cioè considerando la realtà come il risultato dell’attività delle persone che danno senso in maniera continua alle situazioni che hanno istituito e nelle quali si trovano calate. Esplicito l’idea che il sensemaking possa favorire il passaggio dal modello di efficacia basato sulla massimizzazione del rapporto mezzi – fini, a quello basato sulla capacità di sfruttare al massimo il potenziale insito nella situazione data. Concludo sostenendo che in Italia esistono molte condizioni, in termini di intelligenza, creatività, spirito di iniziativa, capacità di innovazione, favorevoli allo sviluppo di ambienti socio cognitivi serendipitosi e dunque all’attivazione e allo sviluppo di processi virtuosi “per genio e per caso”. Che davvero nell’Italia delle cento città questa può essere questa una maniera utile per sostenere processi di sviluppo dal basso, diffusi, di qualità. In particolar modo se saranno le istituzioni, le università, le imprese a interpretarne la necessità e ad accompagnarne la crescita. A favorire la loro propensione a (ri) definire identità, attivare e dare senso agli ambienti nei quali operano. A incentivare la loro voglia di fare rete.

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