Enakapata Sottolineato

enakapata3Sottolineato, una splendida idea – pagina promossa su Facebook.  Una telefonata. Un pò di chiacchiere formato chat. Intersezioni, interazioni, connessioni. La voglia di incrociarlo alla prima occasione davanti a un buon caffé. Per fare quattro chiacchiere formato chiacchiere. E magari “inventare” qualcosa assieme.  It’s “my” Adriano Parracciani, folks. Quelle che potete leggere di seguito sono invece la sua mail e la sua recensione.

Ti mando su gmal una recensione di Enakappata. Non ho fatto come invece sono solito fare, varie riletture a freddo con relative correzioni; quindi scusa per gli errori e/o strafalcioni che troverai. Ho finito il libro da qualche giorno e non volevo meritarmi il carbone nella calza della Befana quindi mi sono detto meglio inviare subito il commento anche perchè devo rimettermi sotto a terminare la pazzia in cui mi sono imbarcato: un romanzo thriller storico. A  presto. Adriano.

Inizio a leggere le prime righe. Uno scienziato italiano quarantenne dirige in Giappone un consorzio di cervelloni che sta rivoluzionando le conoscenze sul DNA. Ho capito, si deve trattare di un romanzo di fantascienza, non ce dubbio. Le righe che seguono però smentiscono la mia ipotesi: è scienza; proprio quella vera con la esse maiuscola.
Il testo scorre agevolmente e subito si comprende che Vincenzo Moretti, l’autore, ha una fissa: quella della serendipity nella scienza. Il Moretti sociologo vuole sapere quanto conta il caso nella ricerca, se la casualità è tanto importante quanto il genio, e se conta più il talento o l’organizzazione per avere successo. Se ne va quindi in Giappone per un mese a studiare la cosa, portandosi il figlio Luca, bassista ed ex studente di fisica, che gli farà da tutor-assistente-traduttore-spalla-bandante-figlio, ma non solo. Il Moretti bassista, è infatti il contro-canto del Moretti sociologo in questo libro-blog di viaggio.
I due Moretti hanno un problema, per esplicita dichiarazione del sociologo: sono di Secondigliano. Essere di Secondigliano e voler combattere, con la dignità ed il rigore, l’ironia ed il luogo comune.
Essere di Secondigliano, però, e non perdere la speranza: uhm..dura. “La verità è che non ci credo. Almeno oggi non ce la faccio. Domani. Forse” dice Vincenzo prima di partire. Quello che scopre del Giappone non lo aiuterà a ricredersi, tutt’altro.
Ma torniamo alla ragione del viaggio. Capire se quel centro di ricerca nel Sol Levante può essere preso ad esempio come modello organizzativo innovativo e vincente. Studiare il modello Riken, ed il sociologo lo fa con il metodo scientifico; intervistando quelli che contano: gli scienziati italiani che lì eccellono, i ricercatori, i nobel e alcuni semi-dei dell’industria giapponese. Interviste incontri, visite,
appunti, articoli analisi e riflessioni alla fine permettono di scoprire la ricetta vincente.
Competere anzi collaborare è loro paradigma; lì fare rete è una cosa che si fa, che si applica, non come in Italia dove è solo una frase da consulenti, che si usa dire e ri-dire perchè è di moda. “Come dice Joda a Luke nel quinto episodio della saga di Star Wars, provare non esiste. Esiste fare o non fare”.
Serendipity e processo organizzativo basato sul merito, vera condivisione, forte collaborazione e sana competizione, non guerra; voglia di “cimentarsi con l’inedito” e comprendere che “fare ricerca in giro per il mondo fa bene alla ricerca”. “Senza soldi non si fa ricerca” ma il Giappone lo sa e provvede.
Mia nota tra parentesi (In Italia, non solo a Secondigliano, tutto questo non si può fare. Menti italiane eccellono all’estero perchè in questa italia con la minuscola, l’eccellenza è abolità, così come il merito, il rispetto, la responsabilità e svariate cosette di questo genere).
Come ho detto, il bassista ed il sociologo sono napoletani. Non che questo sia ne un pregio ne un difetto, lo dico perchè questa essenza partenopea si annusa in tutto il libro, come è giusto che sia. Tante righe sono dedicate ai ricordi di gioventù, a Secondigliano, agli affetti familiari ed alla napoletanità.
Le innumerevoli citazioni di Totò mi rendono la valutazione di Enakapata assolutamente parziale; a me, che sono una specie di zio Peppino, ne bastano tre per definire un libro automaticamente eccelso. Durante l’incontro dei Moretti con Tonomura (Mister Hitachi, nominato National Tresure dall’Imperatore) che aveva notato come i due avessero lo stesso cognome, Luca interpreta addirittura il mitico ritornello “Vincenzo mè padre a me”.
I due Moretti vanno alla scoperta del Giappone e attraverso Enakapata lo fanno scoprire anche a noi. E cosa si scopre? Un altro mondo!
– in Giappone il Karaoke è una vera mania; (Oh no eviterò di andarci);
– in giappone neanche i fandanzati si chiamano per nome;
– non si mangia per strada, tant’è che non ci sono i cestini;
– le stanze andrebbero bene per Cucciolo e Pisolo;
– le cose vengono costruite a regola;
– s’indossano le mascherine per proteggere gli altri dai propri virus;
– è sconveniente starnutire in pubblico;
– il lavoro è finito quando è finito non quando suona la campanella;
– si da valore alla responsabilità, al rispetto, al lavoro;
– il colore del grembiule degli scolari dipende dal profitto;
– per contare chiudono le dita invece di aprirle;
– se possono fare una volta “prima” allora possono fare sempre “prima”;
– la spazzatura te la ritirano a casa
– parlano poco la lingua inglese (ehi, come noi);
– tanta gente ma niente prepotenze, spinte o casini;
– i mezzi pubblici spaccano il secondo, sono confortevoli, puliti e silenziosi;
– si rimane colpiti quando si guasta la metro;
– la bellezza è un ossessione.
Come dicono i Moretti, sti giapponesi sono dei “tipi strani”. Dopo un mese, al ritorno, Luca conferma l’amarezza iniziale di Vincenzo; “La saggezza popolare recita che partire è un pò morire. Forse talvolta è vero il contrario”.
E’ l’amara conclusione rispetto a quello che potrebbe essere ed che invece non è.

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