La retorica. E le opportunità

In maniera estremamente lucida e documentata, De Biase racconta in questo suo testo gli anni della follia e della depressione dell’economia digitale. Le speranze e le illusioni che hanno alimentato. Senza rinunciare a indicare i percorsi che possono aiutare a riprendere il filo dell’innovazione e dello sviluppo. Il leit motiv che attraversa il libro è, come si evince fin dal titolo, il rifiuto di ogni forma di fondamentalismo. Compreso quello digitale. Perché i fondamentalismi partono da presupposti sbagliati. Non aiutano a capire. Portano a scelte quasi sempre disastrose.

Non è vero, ci ricorda De Biase, che ogni nuova versione di un prodotto è migliore di quella precedente; ogni nuova tecnologia è una soluzione in cerca di un problema da risolvere; la domanda di nuovi prodotti è così infinita. La faccenda riporta alla mente le stupende pagine nelle quali Isaiah Berlin demolisce il mito platonico secondo il quale tutte le domande autentiche debbono necessariamente avere una sola risposta vera, c’è sempre una via sicura per arrivare alla verità, tutte le risposte vere debbono per forza essere coerenti tra loro (Isaiah Berlin, Il legno storto dell’umanità, Adelphi).

Il libro di De Biase sottrae finalmente la discussione sulle prospettive della società digitale alla furia immaginifica dei profeti “a prescindere” della nuova economia. I protagonisti tornano a essere l’innovazione tecnologica e i mutamenti economici e sociali che essa porta con sé. E l’obiettivo, lo sviluppo di un’economia nuova perché fondata su regole più chiare. Perché orientata a offrire maggiori opportunità ad un numero più vasto di persone. Perché lontana dalle follie delle bolle speculative.

La riflessione che De Biase ci propone con il suo libro è insomma assai interessante da più punti di vista e in particolare perché insiste su un tema che continua a essere assai rilevante: il rapporto tra regole, innovazione, cambiamento sociale, sviluppo.
Vista da Sud, a mio avviso la questione è interessante proprio per questo. Perché su questo asse – regole, innovazione, cambiamento sociale, sviluppo – il Sud può avere un ruolo davvero importante.

L’Università di Catania, con 162 progetti depositati, è il secondo ateneo in Italia, dopo il Politecnico di Torino, per realizzazione di brevetti europei. E tali progetti sono stati realizzati con la St Microelectronics, azienda leader nei semiconduttori, che nel 2002 ha investito a Catania oltre 91 milioni di dollari in ricerca e formazione. E non è certo un caso che la St Microelectronics sia diretta da un uomo del Sud, Pasquale Pistorio. Così come meridionali sono Renato Soru e Pierluigi Crudele, i capi di Tiscali e Finmatica, due delle realtà più importanti della nuova fase. Così come sono del Sud le 12mila donne che hanno risposto al bando sull’imprenditoria femminile promosso dalla Regione Campania.

È insomma innegabile il fatto che il Sud sia cambiato. Stia cambiando. In un modo per molti aspetti significativo. Eppure, com’è noto, tutto questo non elimina le distanze. Gli squilibri. I dualismi. I ritardi. E soprattutto non riesce ad assumere carattere e valore generale. A fare cultura. A determinare svolte. Da un lato c’è un Sud sicuramente cresciuto, nel quale non mancano esperienze e realtà positive. Dall’altro un Sud che nel suo complesso non riesce a innovare comportamenti, strategie e politiche. E che dunque continua a essere artefice, prigioniero e vittima della consistenza e della profondità dei propri problemi storici, continua a rimanere lontano dai livelli di sviluppo e di qualità della vita centro-settentrionali, continua a non valorizzare adeguatamente il proprio capitale umano e sociale.

Come sempre in questi casi, la domanda canonica è: che fare? Per quanto mi riguarda, continuo a pensare che il quadro potrebbe farsi più accettabile, o anche solo meno ingiusto, se sul piano nazionale e locale si adottassero, sulla base di criteri di sussidiarietà e responsabilità, scelte e iniziative mirate a coinvolgere i diversi attori sociali, economici e politici presenti sul territorio, così da definire un’agenda delle priorità, perseguire con sufficiente determinazione gli obiettivi individuati e raggiungerli almeno in parte (quella che di volta in volta sarà consentita dalla quantità e dalla qualità delle risorse umane, organizzative, finanziarie disponibili; dalla capacità, la coerenza e l’impegno di ciascuno; dalla contingenza).

E per quanto sia del tutto evidente che nell’agenda politica ed economica del paese questa esigenza non è, si può dire, all’ordine del giorno, non si può a mio avviso rinunciare, in primo luogo dal Sud, a lavorare per mantenere aperta questa prospettiva. Favorendo a ogni livello percorsi di educazione alla legalità e al rispetto delle regole. Investendo in socialità e formazione. Promuovendo lo sviluppo di reti sociali e tecnologiche. Diffondendo l’esperienza dei distretti. A partire dall’emersione e dalla valorizzazione di quelli esistenti. Riducendo il costo del denaro e attivando nuovi strumenti di sostegno finanziario con l’obiettivo di favorire e accompagnare lo sviluppo di imprese innovative. Per fare il definitivo salto di qualità il Mezzogiorno deve insomma allargare la propria capacità “di pensarsi a livello sociale come parte di una rete dinamica di eventi interconnessi in cui nessuno è fondamentale e ciascuno dipende dalla qualità e dalla coerenza delle relazioni con gli altri. Di pensarsi in un contesto nel quale l’insieme delle connessioni determina la qualità della struttura dell’intera rete”.

In questo senso le nuove tecnologie possono davvero fornire nuove e importanti opportunità. E sarebbe colpevole non coglierle. Prima di tutto dal Sud.

Luca De Biase
Edeologia. Critica del fondamentalismo digitale
Roma-Bari, Laterza, 2003
pp. 160, 12 euro

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