Il vocabolario di Peppino

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Giuseppe Di vittorio e il valore della conoscenza

Tempo di esami. E di vocabolari. Che in questo periodo diventano compagni inseparabili degli studenti che studiano, hanno la testa al proprio posto, cioè sul collo, e sperano di portare a casa il diploma.
Il momento insomma è di quelli giusti per parlarvi di una persona davvero particolare e del suo particolare rapporto con il vocabolario.
La persona in questione è Giuseppe Di Vittorio, del quale si celebra quest’anno il cinquantenario della morte.
Nato a Cerignola da una famiglia poverissima, costretto dalla morte del padre ad abbandonare giovanissimo la scuola e a lavorare nei campi come bracciante, Peppino conosce assai presto le ragioni dell’impegno a favore dei più deboli e ad essi dedica la sua vita, sempre dalla parte del lavoro (l’affermazione del valore sociale e culturale del lavoro è stata l’idea-guida che ha ispirato la sua azione) e dei lavoratori.
Tra i suoi atti principali come leader della CGIL vanno ricordati il Piano del Lavoro, presentato al Congresso di Genova del 1949, e la proposta di uno Statuto dei diritti dei lavoratori, lanciata al Congresso di Napoli del 1952.

Ma che c’entra tutto questo con il vocabolario?
C’entra. Perché Peppino diventa grande da molti punti di vista, dirige decine di migliaia di operai e braccianti, scrive lettere e corrispondenze per i giornali e ancora non sa dell’esistenza del vocabolario.
Come egli stesso raccontava, l’ignoranza gli costa tanta fatica, lo costringe a sfogliare giornali e libri per ore nella speranza di trovare la parola che intende scrivere per poterla usare senza commettere errori.

La scoperta, come racconta Felice Chilanti nella biografia pubblicata a puntate nel 1953 su Lavoro, settimanale della CGIL e ripubblicata su Rassegna.it in occasione del centenario della confederazione, avviene un giorno a Barletta, lungo il bel viale della stazione.
“Di Vittorio vide una bancarella di libri e cominciò a chiedere i prezzi, a scorrere gli indici, a calcolare le sue possibilità. In un angolo del banchetto vi era un grosso volume che Di Vittorio cominciò a sfogliare: era un libro vecchio, molto usato e anche sudicio. Scorrendo le pagine scoprì che conteneva lungi elenchi di parole e che accanto ad ogni parola era indicato il significato. […] Era il libro che da tanto tempo cercava, lesse sulla copertina la nuova parola: vocabolario. Chiese al venditore il prezzo […]: lire 3,75. Fu un grave colpo per lui: non aveva in tasca che una lira e settantacinque centesimi, e con estrema amarezza confidò la cosa al libraio. «Datemi almeno due lire e cinquanta» disse questi. Ma Di Vittorio non possedeva neppure un soldo di più. E già se ne stava andando amareggiato quando il libraio lo richiamò: «Nemmeno due lire volete darmi?». «Se volete vi dò la giacca, ma in tasca ho soltanto una lira e settantacinque».

Come avrete già immaginato, il libraio diede il vocabolario a Peppino, che passò la notte a sfogliarlo pagina dopo pagina. Ma la storia non finisce qui. Perché Di Vittorio il giorno dopo cominciò a segnare su un block notes tutte le parole sconosciute, udite negli incontri casuali, in treno, lette in un giornale o in un libro. «Ricordo ancora alcune di quelle parole — racconta egli stesso a Chilanti — come ad esempio idraulica, bigamia. Quando tornavo a casa ne apprendevo il significato sul vocabolario e lo trascrivevo con parole mie sul notes. Questo metodo mi aiutava molto. Con un metodo di poco diverso, molti anni dopo ho imparato il francese».

Incredibile? Semplicemente vero.
E a voi? Vi va di raccontare la vostra voglia di imparare?

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