Il Sud ha bisogno di poteri locali forti

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Categories: Corriere del Mezzogiorno

Qualcuno, se non ricordo male Tullio de Mauro, ha scritto tempo fa che in questo Paese “Maiora premunt” sempre: c’è sempre una ragione, un pericolo o un motivo particolare per il quale non si possono affrontare le cose con la dose sufficiente di profondità, di chiarezza, di attenzione.
E invece di questi tempi “ci sono più cose in questa città e in questo Paese di quante la nostra fantasia potrebbe immaginare”. Cose che cambiano. E che producono disagio, incertezza. Quello stessa che, come ha ricordato con una bella immagine il filosofo Salvatore Veca, Proust provava quando si ritrovava in stanze d’ albergo arredate in maniera per lui non abituale.
Viviamo questa fine del secolo breve avendo da una parte, come si dice, la storia alle calcagna, e dall’altra i cambiamenti tecnologici che giorno dopo giorno, certe volte addirittura momento dopo momento, producono mutamento.
Da qui l’esigenza di riattrezzarci per riarredare il nostro armamentario di credenze, di modi di vedere e di interpretare la società. Da qui l’esigenza di scongiurare un ulteriore pericoloso impoverimento della politica e quindi della vita di ciascuno, e di rispondere positivamente alla rottura della connessione tra società e istituzioni e al deterioramento dello spirito pubblico che caratterizza la crisi italiana.
Il problema non è il leader, ma la riconnessione tra società e istituzioni, la valorizzazione dei corpi sociali intermedi, delle autonomie funzionali e sociali, dei poteri decentrati. E’ su questo terreno che può formarsi una classe dirigente che sappia indicare, innovando, le ragioni di una nuova unità della Nazione, che sappia coniugare autonomia e solidarietà.
Cosa sta succedendo al Nord? E come ciò che lì sta avvenendo influisce sul ruolo del Mezzogiorno d’Italia e sulle relazioni tra le diverse aree del Paese?
E quali sono le conseguenze della eclissi della grande impresa e del capitalismo familistico? Della fine dei grandi insediamenti operai e dei processi sociali ed educativi ad essi connessi? Del fatto che, come ci ricorda Giulio Sapelli, la piccola e media impresa non rappresenta solo un fatto economico ma un esempio di mobilitazione sociale realizzata senza la mediazione delle istituzioni? Di diffusione di una nuova borghesia imprenditoriale a scarso livello di civilizzazione e senza alcun amore per le regole?
E il Sud? Come può contribuire alla definizione di un nuovo patto fondato sulla promozione e lo sviluppo delle risorse civili, umane e produttive a livello locale?
Forse innanzitutto cercando in sè stesso le energie per risolvere i propri problemi. Senza semplificazioni. Senza rimanere vittima della ricerca dell’uomo forte. Cercando, con pazienza e lavoro, di rafforzare la struttura democratica della società, incentivando l’autonomia, la responsabilità.
Come è noto, la democrazia è fatta di più posti nei quali si partecipa, si decide e si contribuisce a realizzare cose, anche piccole, che in rapporto ad altre cose possono diventare più grandi.
E poi sostenendo lo sviluppo diffuso. E lo sviluppo diffuso, per non restare soltanto uno slogan, ha bisogno ancora una volta che si rafforzino i Poteri Locali, che si investa in legalità, formazione, infrastrutture avanzate, che si promuovano e si valorizzino anche nel sud le esperienze dei Distretti Industriali, che si incentivino il lavoro autonomo e l’autoimpiego, si rendano formali le 1000 cose che oggi sono informali. E’ questo uno dei terreni, come ci ha ricordato Paolo Macry, sui quali c’è bisogno di molta innovazione. Anche da parte del sindacato.
Si potrebbe concludere dicendo che di queste cose nella nostra città non si discute abbastanza. E che quel che si fa è ancora meno. Sarebbe vero. O meglio, una delle veritè possibili. Ma ci sono altre possibili verità. E una di queste è quella che mi ricorda spesso Tobias Piller, inviato del Frankfurter Allgemeine, dicendomi che a Napoli molti fanno delle cose, ma ciascuno le fa per conto suo.
Forse una delle cose da fare è quella di collegarsi meglio. E di personalizzare di meno. Forse si potrebbe provare a mettere su dei veri e propri “Distretti Sociali e Culturali”. Fondati sulle relazioni. Sulla capacità di fare cose. Di valorizzare esperienze diffuse. Provando, ancora una volta, a ricominciare da tre.

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