Il potere non si conquista. Si diffonde

Giugno 1996. L’Ulivo ha da poco vinto le elezioni. Dalla “rive gauche” i problemi da affrontare appaiono ancora poco più che nulla di fronte alla soddisfazione di essere al governo del Paese. Ma in realtà essi sono tanti. E complessi.
Nelle parole di Romano Prodi e Walter Veltroni tre questioni ritornano con insistenza. Europa. Scuola. Lavoro. In primo luogo per i giovani del Sud.
In quest’Italia in cui la politica sembra tornare, finalmente, a fare i conti con se stessa e con i problemi del Paese, può essere l’ennesima versione del mitico “I have a dream”, un viaggio simulato nel “Paese che più ti piace”.
O la costruzione paziente e faticosa di un futuro migliore.
Un futuro che nella vecchia logica centralista appare assai poco attraente. Continuare a pensare i problemi, e le loro soluzioni, solo da Roma, è poco più che un non sense.
Non si tratta di invertire il rapporto tra centro e periferia. Ma di costruire una struttura a rete in cui i poteri e le scelte di governo siano diffusi nel territorio, in cui non ci sia più posto per i programmi-elenco-delle-cose-da-fare. Dove contino le idee. I valori. La capacità di risolvere i problemi.
Gli esempi? In politica il federalismo. In economia i distretti industriali e l’impresa sociale. Nella comunicazione Internet.
Il messaggio è: superare il centro. Mettendo al centro le realtà territoriali. Perché è lì che si stanno spostando poteri, definendo problemi, ricercando soluzioni.
Alcune cose possono essere avviate subito. Utilizzando appieno le indicazioni del piano Delors sulle nuove infrastrutture tecnologiche e sulla formazione. Spostando a livello locale politiche, risorse e strumenti per la creazione d’impresa. Riformando la pubblica amministrazione, a partire dalla dirigenza. Puntando sui giovani e gli anziani, la memoria e l’innovazione.
La stessa Europa non può essere soltanto moneta unica, integrazione economica. L’Europa è anche politiche sociali, una nuova idea di civiltà, di relazioni con il Mediterraneo e con il resto del mondo.
E la politica può riconquistare un ruolo rispetto all’economia se parte da qui, dalla voglia di ripensare, progettare, governare le nazioni e i loro rapporti, dalla voglia di costruire gli Stati Uniti d’Europa.
E’ uno scenario nel quale non c’è posto per il continuismo. Né per la retorica. Compresa quella che si richiama al sacro valore della Patria.
La coesione nazionale si è retta per troppi anni su un debito pubblico che le leadership politiche ed economiche, del Nord e del Sud, hanno lasciato crescere in maniera sconsiderata. Ed è stata una coesione forte fino a quando non ha messo in discussione gli interessi. Quando ciò non è stato più possibile, per le trasformazioni economiche a livello mondiale e per la crisi dello stato sociale a livello nazionale, si sono aperti molti e consistenti problemi. E la crisi della politica ha in qualche modo liberato i rozzismi, gli spiriti animali, cosicchè la corsa al si-salvi-chi-può ha come perso ogni freno inibitorio.
La possibilità di ricostruire nuovi livelli di solidarietà si gioca oggi in larga parte sul terreno del federalismo. Sulla capacità di costruire un nuovo patto, fondato su unità e distinzione, autonomia e solidarietà, tra le diverse aree del Paese.
Del resto, il bisogno di un nuovo equilibrio tra i poteri in senso federalista è nelle cose, nelle forze e negli orientamenti reali che attraversano la società italiana.
Ci sono al Sud protagonismi e nuove voglie di riscatto.
C’è al Nord una insofferenza, ai limiti della rottura, che non sembra destinata a passare e rispetto alla quale il solidarismo astratto e declamatorio non esercita ormai alcuna attrazione.
Spetta innanzitutto al Sud ricercare e proporre questo nuovo patto, fondato sulla promozione e lo sviluppo delle risorse umane e materiali a livello locale, capace di tenere assieme solidarietà ed interessi.
Gli attuali modelli sociali e produttivi stanno introducendo al Nord, in particolare in alcune aree del Nord Est, elementi forti di distorsione e di impoverimento civile e culturale, con giovani che si allontanano troppo presto dallo studio e dalla scuola, in molti casi anche quella dell’obbligo. E al Sud hanno costi insostenibili sul versante dell’occupazione e del vivere civile.
La ricerca di una nuova coesione nazionale non può dunque che partire da una proposta che si muova contemporaneamente sul terreno degli interessi e di più avanzati valori di civiltà.

Serve a poco utilizzare strumentalmente i problemi del Mezzogiorno. Discutere delle flessibilità salariali come condizione per la ripresa degli investimenti industriali al sud. Enfatizzare le possibilità di migrazione di giovani meridionali verso il Centro Nord.
Certo. Per questa via si può ottenere qualche titolo sulle pagine dei giornali. O sperare di guadagnare spazio nei confronti di governo e sindacati. Ma è una via che non porta lontano. Che non ci fa essere competitivi sui mercati mondiali. Che non fa migliorare la qualità dei prodotti made in Italy.
E’ una via che non segnala lungimiranza. Ma soltanto ostinato, consapevole e colpevole rifiuto ad affrontare i problemi per quelli che sono.
Nel prossimo futuro la quasi totalità dei giovani del nostro Paese saranno meridionali. Giovani che da un Paese civile hanno il diritto di pretendere qualcosa di più che pane e marginalità.
E’ vero. Non viviamo tempi ordinari. Non lo sono i problemi, non lo possono essere le soluzioni necessarie per affrontarli e risolverli.
Ma bisogna creare le condizioni perché un giovane del Sud abbia pari opportunità di quello del Nord. Abbia un lavoro. E ciò passa oggi per la nascita e la diffusione di nuova imprenditorialità. Per la riduzione del costo del denaro e l’attivazione di nuovi strumenti finanziari, ad esempio potenziando uno strumento quale quello del “comitato” e delle procedure previsto dall’attuale legge 44 con l’obiettivo di costruire una “banca innovativa di investimento” volta alla creazione di nuove imprese, che potrebbe attivare direttamente corsi di formazione e gestire tutte le risorse che possono essere, in parte già oggi, capitalizzate.
Il Sud è oggi il luogo a partire dal quale ricostruire, attorno al valore del lavoro, una strategia che tenga assieme innovazione tecnologica, assetti produttivi e costruzione di un nuovo stato sociale, che qualifichi e valorizzi l’enorme risorsa costituita dalle donne, gli uomini, i giovani meridionali.
Bisogna parlare di più e meglio con le nuove generazioni. Verso i giovani oscilliamo spesso tra la solidarietà acritica ed il distacco moralistico di chi ha già visto come andranno le cose della vita. C’è poca capacità (e voglia) di comprendere i problemi dal loro punto di vista. C’è insufficiente attenzione verso il sistema educativo e formativo.
Eppure quando parliamo di educazione e formazione parliamo di strumenti fondamentali per combattere le diseguaglianze sociali del futuro.
Creare lavoro al Sud. E’ questa la frontiera sulla quale si misurerà il successo o il fallimento delle classi dirigenti di questo Paese.
Come farlo, in presenza di risorse scarse (e finalizzate più a risarcire, assistere, tutelare chi un lavoro lo ha perso, che a promuovere nuove occasioni di lavoro), di produttività crescente, di nuovi paesi che competono sempre più e meglio in termini di merci, costi e qualità?
Occorre investire in legalità, socialità, formazione, infrastrutture avanzate. Affermare dal Sud un’idea di mercato che garantisce la libertà d’azione perchè garantisce le regole, le norme che impediscono i monopoli e tutelano una effettiva concorrenza. E puntare decisamente alla creazione di imprese e alla incentivazione del lavoro indipendente e autonomo.
L’impresa, ed i sistemi produttivi, stanno rapidamente cambiando e non è certo un caso che sia un imprenditore come Fossa ad essere chiamato a dirigere la Confindustria.
Il vecchio modello fordista è in via di dissoluzione e le contraddizioni fondamentali non sono più tra capitale e lavoro nella grande impresa. La grande dimensione centralizzata lascia sempre più il posto alla produzione e all’organizzazione a rete, ai distretti industriali e territoriali, ai contesti istituzionali.
La creazione di imprenditorialità diffusa e la valorizzazione delle risorse non solo industriali ma anche culturali, ambientali, storiche e archeologiche, possono rappresentare, come dimostrano proprio le esperienze di governo locale che si stanno producendo nel Sud, un approdo positivo sia per i giovani che per i lavoratori dipendenti.
Si tratta di riprendere l’intuizione di Sylos Labini quando parla di creazione di imprese a mezzo di imprese. La creazione di imprese e di attività autonome va perciò incentivata attraverso politiche ordinarie e non come strumento di gestione di crisi e ristrutturazioni.
L’esperienza dei distretti industriali può aiutare a ripensare il rapporto tra politica industriale e Mezzogiorno.
Non si tratta di istituirli per legge o decreto, ma di rimuovere tutti gli ostacoli che inibiscono queste esperienze e di promuovere tutti i fattori che possono svilupparli.
Nel Sud già esistono realtà di forte concentrazione e specializzazione produttiva, quelli che qualcuno ha definito distretti industriali in nuce. E nel 95 il saldo tra nascita e mortalità delle imprese è stato, in questa parte del Paese, diversamente dalla media nazionale, positivo.
Si tratta dunque di promuovere e proporre strumenti per favorire l’approdo di queste realtà verso i distretti industriali veri e propri.
E’ dentro questa idea dello sviluppo, nella quale la città, il distretto urbano, interagisce con il distretto industriale, che al Sud si può concretamente costruire, anche mediante una profonda riorganizzazione del sistema scolastico e formativo, l’insieme di cultura, servizi, infrastrutture che determinano la qualità ambientale e dunque le scelte territoriali degli investitori.
In questo quadro, un contributo fondamentale può venire dal settore delle telecomunicazioni.
All’avvento della comunicazione interattiva sono infatti legate parti consistenti delle possibilità di creare nuovi lavori e di migliorare la qualità della vita, in particolare nei centri urbani. Strade e autostrade telematiche rappresentano oggi per le città, le industrie, le università, i centri di ricerca, quello che la ferrovia ha rappresentato nella seconda metà del diciannovesimo secolo.
Cablare le città utilizzando le infrastrutture già esistenti, facendo nascere vere e proprie reti locali che si aprano a nuovi protagonisti imprenditoriali ci sembra in tale ambito la scelta più utile e redditiva.
Riconoscere il valore del lavoro vuole dire anche creare imprese no profit nelle forme più varie. Esiste un legame profondo tra crescita dell’occupazione, incrementi di produttività sociale e ruolo del Welfare riformato. I servizi alla persona saranno infatti decisivi per impedire che l’ineluttabile sviluppo tecnologico determini fenomeni di disintegrazione sociale, di emarginazione o di vera e propria perdita di identità per fasce sempre più consistenti di cittadini.
Cambiare non sarà facile. E, soprattutto, non sarà indolore.
Ma le energie ci sono. Nella società civile, nell’industria, nell’economia, diventano sempre più decisivi l’autonomia, la partecipazione, la collegialità, la capacità di attivare e motivare positivamente energie.
Energie che vanno messe in campo senza esitazione per contribuire al processo di formazione di una nuova classe dirigente. Per costruire dal Mezzogiorno, una politica per il Mezzogiorno. Per promuovere un nuovo protagonismo della società meridionale.
Il federalismo ci piace perché siamo convinti che imparare a ragionare, e a fare, in quanto soggetti che indicano delle soluzioni ai propri problemi, e che cercano di costruirsele, è una maniera utile per giungere ad un modello di relazioni tra diversi all’interno di una nazione.
Sì! Il federalismo ci piace soprattutto per questo: perché aiuta a pensare, e quindi a essere, contando innanzitutto sulle proprie forze.

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