Storie tronche

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Categories: Austro e Aquilone, Racconti

Questo racconto è stato pubblicato nel 1998 con lo pseudomino di Paul Menard su Austro e Aquilone. Paul Menard è un omaggio a Pierre, protagonista di un bellissimo racconto di Jorge Luis Borges, Pierre Menard autore del Chisciotte, contenuto in Finzioni. Buona lettura.

Ci sarà prima o poi
Ci sarà, prima o poi, un Paese governato dal Re più buono, giusto e onesto che si possa immaginare. Se sarà un Paese del pianeta Terra o si troverà sulla più lontana stella, a dire il vero, non ha molta importanza. Forse si potrebbe perfino evitare di dargli un nome, dato che i nomi assai di rado rivelano il senso delle cose alle quali vengono riferiti.
Il modo in cui verrà chiamato questo o quel personaggio, tale o tale altro posto avrà insomma la sola importanza che può dirsi meritata: nessuna. Un giorno, per fortuna non lontano, colui il cui nome è Segreto, stanco delle innumerevoli generazioni di lettori che in infiniti universi avranno colpevolmente confuso il termine ed il contenuto, lascerà che il Caos avvolga e sconvolga i nomi compresi non solo in questa ma in ogni altra storia narrata, scritta, o anche solo pensata.
Non sarà un gran giorno per sacerdoti e seguaci del culto di Emon, il dio che si vuole all’origine di ogni nome. Ma per intanto una balena potrà chiamarsi Pinocchio e un burattino di legno semplicemente Moby Dick, don Qujote sarà un tormentato principe di Danimarca e Hamlet un visionario cavaliere della Mancia.
Coloro i quali, per ragioni diverse e che ugualmente ignoro, dovessero un giorno incontrare le vicende che sto per svelare, sappiano in ogni caso che i protagonisti, i fatti e finanche la maniera in cui questi si vorranno intrecciare saranno necessariamente lontani da quelli che sono soliti popolare la vita di ogni giorno.
Prima o poi, ogni cosa qui detta o anche solo immaginata sarà infatti inesorabilmente vera.

Un’isola, uno strano congegno ed un cielo con le bollicine

Gli avvenimenti che intendo raccontare avranno luogo tra il 30° ed il 40° parallelo, ad Oriente di quella che ai giorni nostri viene chiamata Fossa di Kermadec, su un’isola grande abbastanza per essere popolata da alcune decine di milioni di abitanti. Niente di più, insomma, di una delle tante macchie di terra immerse in quell’Oceano esteso per 180 milioni di chilometri quadrati che, attraversato nel 1520 da Magellano, è stato successivamente denominato, senza alcuna conseguenza sulle illimitate possibilità di ogni sua particella di acqua e di sale, Pacifico.
Per le sue caratteristiche la Cyrlandia (è questo il nome o, se si preferisce, il nome del nome, dell’isola in questione) può essere considerata a metà strada tra i Paesi in via di sviluppo e quelli cosiddetti avanzati.
La pesca, con le attività di trasformazione ad essa collegate, ed il turismo sono ovviamente le sue fonti principali di lavoro e di ricchezza.
Le speranze per il futuro sono però legate alla commercializzazione ed alla vendita sui mercati mondiali di Mikemito, il materializzatore ovulare ad alta risoluzione che consentirà di riprodurre in tempo reale, direttamente a casa propria, qualunque personaggio della televisione. La scoperta di Mikemito darà alla Cyrlandia e al professor Oid, direttore della scuola elementare nel quale è nato ed è stato sviluppato il progetto, la fama ambita e vana che dà l’avere un nome che sopravvive a sé stessi.
Le condizioni climatiche dell’isola dipendono fortemente, come del resto avviene da ogni altra parte, dallo stato d’animo della gente. Marinai e vecchi pescatori raccontano che, negli ultimi tempi, accade assai di frequente di incontrarvi, la sera, un cielo così denso di stelle da sembrare un mare con le bollicine.

Una città, un palazzo ed un architetto venuto da terre lontane
La città di Urala è la capitale del regno di Cyrlandia da quando una guerra, stupida come tutte le guerre e ancora di più, ha avuto tra le sue conseguenze, neppure tra le peggiori, la totale distruzione dell’antica Arula. La scelta di Urala è stata considerata, a quel punto, assolutamente naturale. E’ infatti qui che la famiglia reale è solita trascorrere gran parte dell’anno, in un antico palazzo dalla struttura simmetrica ma assai particolare progettato da un architetto venuto da terre lontane. Che vi si acceda da levante o da ponente, con lo sguardo rivolto ad austro o ad aquilone, ci si trova di fronte allo stesso, identico scenario: una sala d’ingresso tetragonale che, ad uno dei lati, defluisce in uno stretto andito dal quale si accede in una seconda sala, di ampiezza doppia rispetto alla precedente e così ancora andando avanti si giunge infine in un immenso salone dal quale è possibile accedere al piano superiore, riprovevole e inutile specchio della vanità di un uomo.

Matto Curiel e l’importanza delle piccole cose

Matto Curiel è un re assai rigoroso, riservato, assai poco incline al lusso e agli sfarzi. L’esatto contrario di Re Acici, il sovrano dell’isola vicina, famoso per le feste alle quali accorrono nobili di ogni tipo e da ogni parte del globo, famigerato per i forzieri perennemente vuoti e le tasse con cui è solito perseguitare i malcapitati sudditi.
Perfino nella magica terra di Bula Matari, dove vivono curiosi esseri condannati a possedere la memoria delle vite precedenti ed il presagio di quelle future, si parla di Matto come di un sovrano dalle doti molto particolari. Sembra che non perda occasione per dimostrare il suo rispetto per le leggi e per le regole e che possieda la grandezza di chi conosce l’importanza delle piccole cose, quelle che anche tra le persone comuni fanno la differenza. Nonostante i tanti cortigiani disposti, pur di compiacerlo e di giustificare i propri privilegi, a chiudere un occhio o a fare uno strappo alla regola, non c’è in tutta l’isola chi possa affermare in buona fede che egli approfitti della propria condizione di Re.
La cosa è considerata da tutti assai poco ordinaria. In fatto di cultura ed osservanza delle leggi in Cyrlandia c’è infatti ancora tanta strada da fare e perfino i governi insediati dal padre e prima ancora dal nonno di re Matto hanno lasciato molto a desiderare in quanto ad onestà e competenza.
Ruberie si sono succedute a ruberie, gli uomini migliori sono stati sovente emarginati ed i soli ad aver incrementato le proprie fortune sono stati gli amici dei potenti o, al massimo, gli amici degli amici dei potenti. Si racconta che perfino tra i membri della famiglia reale ci sia stato chi non sempre ha saputo mantenere un comportamento esemplare e quel che è certo è che agli stessi re Darol e Rodal, nonno e padre di Matto, non sono state risparmiate osservazioni e critiche. Naturalmente, non c’è stato bisogno e tanto meno occasione che esse fossero riferite direttamente alle azioni delle loro regali persone. Per l’arbitrario giudizio del popolo è stato più che sufficiente l’aver tollerato che il Paese diventasse terra di conquista per impostori di ogni tipo.

Nasce una stella
Con l’ascesa al trono di Matto Curiel inizia il tempo delle novità e dei cambiamenti. Rinnovando una tradizione di cui si era persa memoria egli annuncia la volontà di assumere personalmente la guida del governo e non trascorre molto tempo prima che le sue doti, unite alla capacità di stimolare ed attrarre le intelligenze e le competenze migliori dell’isola, diventino proverbiali.
Studiosi e scienziati della politica, che anche in Cyrlandia sorgono più numerosi dei funghi, fanno a gara per annunciare, ossequiosi e festanti, la consacrazione del nuovo leader mentre i direttori di quotidiani e reti televisive, interpellati telefonicamente dai cittadini nel corso di periodici sondaggi, sono per una volta rispettosi della verità ed affermano che non si vedrà Re migliore di lui per molti secoli a venire.
Per quanto possa sembrare paradossale, i soli che sembrano avere ragionevoli motivi di malcontento sono la moglie e i figli del re che, come si può immaginare, hanno ben poco tempo per godersi quello che per loro è pur sempre prima di tutto un marito ed un padre.
La questione non è di poco conto. La mancanza di tempo sufficiente da dedicare ai propri familiari è per re Matto un cruccio costante. Giorno dopo giorno egli sente i suoi giorni farsi più brevi e spesso neanche la notte riesce ad arrestare il dominio del dovere.
Certo! Ci sono occasioni nelle quali, ad un re, non è data altra scelta che impegnare se stessi senza riserve. Ma nonostante re Matto non intenda di certo venir meno al proprio destino, c’è chi giura che in taluni momenti appare vinto da una malinconia inesorabile come l’acqua che scorre tra le rughe dei sassi.

Urala, la Cyrlandia e la voglia di riscattare i propri errori
Le probabilità che l’isola riprenda la marcia verso un futuro migliore sembrano dunque inevitabilmente destinate ad aumentare ed i più ottimisti non esitano a sostenere che in un giorno non lontano Urala diventerà talmente grande da eguagliare un ricordo, quello dell’antica Arula.
Progressi evidenti vengono conseguiti in molti campi ed attività mentre le strade, i musei, le chiese delle più importanti città dell’isola ridiventano meta di visitatori e turisti provenienti da ogni parte. In men che non si dica, la Cyrlandia diviene agli occhi di tutti un Paese capace di riscattare i propri errori. E, forse, ancor più del fascino e della magia dell’isola, è proprio questo ciò che desta maggiore ammirazione e stupore.
Il tanto lavoro sembra dunque produrre risultati positivi e più d’una buona ragione consiglia di essere soddisfatti.
Trascorrono così, in fretta e tutto sommato felici, i primi nove anni del regno di Matto Curiel.

Un giorno come gli altri
“Non serve che sia diverso dagli altri il giorno in cui nulla sarà più come prima”.
I bambini della Cyrlandia amano molto ripetere questa frase quando la sera raccontano le favole ai propri nonni. La ritengono infatti molto più sincera del tradizionale “vissero tutti felici e contenti” e pensano che possa essere di aiuto nella preparazione ai grandi cambiamenti che attendono i loro bianchi compagni di gioco.
Ma la saggezza che ci è compagna sempre da bambini e qualche rara volta da vecchi, è solita svanire nella cosiddetta età della ragione e Matto non sa che è solo un giorno uguale a tanti altri quello nel quale decide che, per una volta, a Palazzo dei Serpenti, sede del governo, dovranno fare a meno di lui. Si sente stranamente assorto, avvolto in quei pensieri densi che gli affollano la mente ogni qualvolta viene lasciata, incessante e inquieta, libera di andare. La periodica, impercettibile, inconfondibile contrazione delle labbra lo avverte che molto presto il turbamento si farà smarrimento e infine angoscia, dolorosa e ineluttabile compagna di ogni cambiamento.
E’ già da un po’ che vaga assorto tra porte e stanze del palazzo quando si ritrova nello studio ceruleo del piano superiore, dove custodisce gelosamente libri, oggetti e ricordi.
Tra i vetri spessi della finestra una casa rossa, il mare, tante e colorate vele. Più in fondo, una nave ancora opaca, silenziosa, pare staccarsi di malavoglia da lì dove cielo e mare si confondono. Ma ora, per lui, non esiste altro che il vorticoso scorrere dei propri pensieri. E quasi non si accorge dell’arrivo di Alvirea.

La regina Alvirea
La regina nutre per lui quell’amore raro che né il tempo né le difficoltà riescono ad affievolire. Sarà perché il re riesce ad essere in ogni momento tanti uomini diversi o per la contingente fatalità che spinge ciascuno a dare un nome e un volto al suo bisogno di amare l’intero universo, sta di fatto che ella riesce a comprenderne fino in fondo lo stato d’animo, i sentimenti, le ragioni.
Questo non le impedisce ovviamente di sostenere, quando occorre persino con veemenza, le proprie opinioni. E anche per quanto riguarda intuito ed esperienza le resta ancora poco da imparare. Sa bene, ad esempio, che in certi momenti non può far altro che attendere. Attendere che il suo Matto emerga anche solo un po’ dalle onde del proprio pensare e si decida finalmente a parlare. E, con gli anni, ha imparato ad attendere senza impazienza, a rispettare tempi e silenzi a lei poco cari.

Cose degne di un re
“Basta avere occhi per vedere e voglia di capire per rendersi conto che i cambiamenti che, a prezzo di tanta fatica, siamo riusciti a realizzare, incidono a malapena sugli aspetti più superficiali della cultura e dei modi di vita del nostro popolo.
E’ come se i guerrieri che più di mille secoli fa combatterono Sam-Sa, il drago della grande palude, si fossero accorti ad un tratto che né i valorosi colpi, né l’aspro ferro delle loro spade, sarebbero mai valsi a conquistarne il cuore.
Proprio così. So che la trasformazione delle coscienze è la sola cosa concreta veramente degna di un re eppure ogni giorno che passa la speranza di rendere migliore la nostra gente mi appare più vana”.
Come ogni volta, non è facile, per la regina, trovare gli argomenti e le parole giuste. Per un attimo pensa, forse sa, di poter dare un senso all’inquietudine che dal re sembra spandersi nell’aria. Poi quel senso svanisce, si confonde dissolvendosi tra mille altre possibilità. Lei non vinta ancora lo insegue, quasi lo riafferra, lo riperde.
Intanto, al di là dei vetri, nient’altro che la casa rossa, tre colpi di sirena e il mare.

Il valore delle ragioni pubbliche
“Credo che dovresti mostrare maggiore rispetto per te stesso e per le cose che stai cercando di fare. Le aspettative che hai generato diventano ogni giorno che passa, grazie innanzitutto al tuo impegno, cose concrete. E per le strade, tra la gente, si respira finalmente aria nuova.
Attento a non dimostrarti meno saggio del tuo stesso popolo, marito mio: nove anni sono un tempo breve e ad inseguire risultati straordinari si può finire preda della presunzione. Da te i cyrlandiani si aspettano quel buon ordine che permette nel tempo di ottenere libertà, diritti, equità, benessere e non certo lo stravolgimento delle loro coscienze”.
Di nuovo il silenzio. E il volto di Alvirea che tradisce la soddisfazione di non aver rinunciato al proprio modo di pensare, di sentire, di essere. Se, nonostante un destino segnato, aveva deciso di laurearsi con una tesi sul valore delle ragioni pubbliche secondo un filosofo di antenati celti, era stato anche perché alla sua naturale attitudine a fidare nel diritto e nella giustizia aveva voluto dare radici, profondità.
Ora, nel silenzio, i suoi occhi si muovono veloci in cerca di indizi che le rivelino l’effetto delle parole appena pronunciate.

Bambole, ritratti e racconti
Come già scritta, magari in quella commedia di Ranbaldo de La Cerca che il re, per estremo amore, ha imparato a memoria, giunge, inequivocabile, la risposta.
“Cara Alvirea, se pensi che le mie parole o il mio tormento nascano dalla voglia di inseguire un potere ancora più grande di quello che ho, mi fai un inutile torto. La gloria che con troppa generosità mi è già stata concessa mi è ormai di tale peso da rendermi completamente insensibile al fascino seducente e corruttore che essa emana. Avrei da tempo rinunciato agli onori che spettano al capo del governo nonché, come è naturale, ad ogni altro incarico pubblico, se non fosse che non mi riesce di lasciare le cose a metà o, peggio ancora, appena avviate”.
“Non nego certo l’impegno, né i risultati che esso ha contribuito a determinare, ma so che ogni cambiamento, per essere duraturo, deve rappresentare per ciascuno un bisogno, e non un dono. Di tutto questo, per quanto mi sforzi, non vedo traccia. Da qui il mio tormento. So che il destino che io stesso mi sono dato e che ancora sento indissolubile attende di essere compiuto. E so che non è più il mio”.
Così dicendo, Matto si dirige verso la credenza nella quale custodisce le 21 opere che ritiene destinate a durare oltre ogni tempo.
Per la verità, non c’è cosa in questa stanza alla quale egli non si senta legato profondamente. Le preziose bambole di un artigiano saggio quasi fino alla follia; i ritratti di un pittore sud europeo vissuto in due diversi millenni; il leggio sul quale è solito poggiare il volume che per ultimo sta leggendo.
Tra tutte le cose, quelle che più ama sono proprio i libri. E tra tutti i libri, quelli riposti in questa credenza che alcuni artigiani cinesi avevano voluto donargli nel corso di un suo viaggio.
La mano afferra sicura i racconti scritti da un uomo dagli occhi spenti nato in quella parte d’America che centinaia di milioni di anni prima formava, con l’Oceania, l’Antartide, l’Africa e l’India, il supercontinente chiamato Gondwana. Vi si narra di tigri, labirinti e sogni. Forse è perfino naturale che adesso egli pensi a se stesso come a un uomo perso in un labirinto. E la maniera in cui stringe tra le mani quei racconti svela l’inutile speranza di trovare lì il filo in grado di condurlo fuori dal buco nero in cui si sente cacciato.
Poi, ancora una volta, è quel mare mai fermo a catturare la sua attenzione: quando finalmente si volta verso la propria sposa negli occhi non ha che confusione, sgomento, tempesta.

Il Libro dei Mutamenti
I minuti scorrono lenti e neppure Alvirea appare in grado di rompere quel vano, immobile tergiversare. E’ quando la voglia di non farsi sfuggire una così importante occasione prende finalmente il sopravvento che la regina sente di non avere che una sola, illimitata, possibilità.
Lo scaffale è ancora quello precedente, il punto preciso appena due tomi più in là. Una copertina verde chiaro sulla quale è inciso in oro un disegno che, senza essere ascrivibile ad alcuna lingua comunemente parlata, riproduce una divinità: è l’I Ching, il Libro dei Mutamenti, il più antico testo di saggezza cinese. Alvirea sa che nel corso degli anni esso è diventato per Matto una essenziale, meravigliosa fonte di conoscenza e lei stessa ne ha più volte verificato le straordinarie qualità filosofiche oltre che divinatorie.
Preso il libro dal casellario, lo svolge dal drappo di seta rossa nel quale è scrupolosamente custodito e mentre con mano sicura ne scorre le pagine e i segni, inizia a parlare.

L’importanza di conoscere se stessi
“Ricordi? Quando per la prima volta mi hai parlato di questo libro infinito mi hai detto dell’insistenza con la quale in esso viene sostenuta l’importanza di conoscere se stessi. Credo che tale insegnamento dovrebbe esserti in questo momento di grande aiuto. Se è vero, come tu stesso hai riconosciuto, che la tua mancanza di serenità è figlia del conflitto tuttora aperto in te, l’impazienza non può che arrecarti ulteriore danno. Lascia che il tempo ti aiuti a diradare le foschie ed ogni scelta si farà semplice perché in armonia con il senso di tutte le cose. Solo chi trova se stesso può sperare davvero di scoprire ogni cosa al di qua e al di là del cielo e delle stelle”.
Un provvisorio silenzio accompagna gli occhi della regina mentre si posano sul libro aperto laddove la combinazione di linee intere e spezzate forma l’esagramma Hsu, che nella lingua dei Cyrlandiani può essere tradotto come l’Attesa, il Nutrimento.
“Come Ch’ien (il Creativo, il Cielo) di fronte a K’an, (l’Abissale, l’Acqua) devi dimostrarti capace di non agire precipitosamente e di saper attendere il momento per te più propizio. L’affanno di chi pensa di piegare il futuro alla propria volontà è del tutto inutile e ciò che infine dovrà essere sarà soltanto per chi, nel tempo dell’attesa, saprà fare più forte il proprio corpo e l’animo”.

Coincidenze, varchi ed un vecchio chiamato Ch’eng Tzù
Matto appare sinceramente colpito da quella che avverte come una testimonianza di saggezza e d’amore assai rari. Egli ha imparato da tempo che quelle che chiamiamo coincidenze sono varchi aperti verso nuove possibilità e la sua mano è sicura quando cerca il piccolo scrigno nel quale conserva le monete di bronzo che qualcuno lasciò tra le sue coperte di bambino la notte in cui sognò di un vecchio chiamato Ch’eng Tzù.

Ken e Chin
Sei volte le monete incontrano l’aria e il legno prima che la fatale coincidenza di linee tenere e solide, chiare e scure, riveli l’inconfutabile sentenza.
Due linee tenere e fisse al primo e secondo posto ed una solida e mobile al terzo; ancora due linee tenere, l’una mobile al quarto e l’altra fissa, al quinto posto, ed una linea solida e fissa al sesto: è Ken, il segno della Quiete, dell’Arresto, che l’azione delle due linee mobili trasformerà in Chin, il Progresso.
Presto o tardi, uomini di ogni tempo e luogo potranno leggere, nella sezione diari di una qualche polverosa biblioteca, le parole con le quali Matto Curiel riassume i saggi consigli del Libro dei Mutamenti.
“Nel tempo della quiete e dell’arresto la fine di ogni cosa si collega con un nuovo inizio. Le cose non possono muoversi continuamente, occorre ad un certo punto saperle fermare. Muoversi e fermarsi al momento giusto: così quiete e moto sono in armonia con il senso della vita e con l’intero universo, così la luce potrà illuminare la vita dell’uomo saggio”.
“L’esagramma Chin rappresenta invece il sole che si leva sopra la terra ed è quindi l’immagine del progresso rapido e facile: l’uomo che sa essere libero da ogni gelosia e sa controllare la sua capacità di influire sugli altri è destinato a raggiungere grandi mete”.

L’Aula della Diffusa Conoscenza
Sono trascorse poche settimane ed il Re è decisamente di buonumore. Per le dieci e trenta, il protocollo prevede la visita alla scuola elementare diretta dal professor Oid e l’insolita facilità con la quale riesce a liberarsi di guardie del corpo e auto al seguito sembra voglia preannunciargli la giornata molto particolare.
La vecchia seicento multipla impiega poco più di un’ora per condurlo a destinazione e nell’Aula della Diffusa Conoscenza già da qualche minuto gli echi rincorrono, confondendole, voci e grida, quando un rispettoso battimani sottolinea il suo arrivo.
L’efficienza del professor Oid e dei suoi collaboratori appaiono subito evidenti. Persone e cose sono infatti come naturalmente al proprio posto. Bambini inseguono bambini, e treni, palloni, pupazzi, automobili e soldatini di ogni tipo; genitori cercano risposte nelle domande di altri genitori; maestri confrontano esperienze condivise.
Bastano pochi banali colpi di tosse del professor Oid perché un nuovo ordine sostituisca quello precedente; al Mc Person 027 portatile ed alla solerzia di un alunno della ottava zeta si deve invece il resoconto puntuale dell’incontro. Nulla di ciò che si dirà, che già è stato detto, andrà dunque perduto.

Il professor Oid
Come sempre, Oid si limita all’essenziale. Poche parole di benvenuto all’illustre ospite, una sintetica esposizione delle ragioni che hanno ispirato l’incontro e degli obiettivi che si intendono raggiungere, l’illustrazione, appena un po’ più argomentata, delle regole secondo le quali esso si svolgerà.
Ciascun alunno ha tre minuti a propria disposizione per fare domande, formulare richieste, suggerire proposte. Al re vengono invece assegnati, in quanto adulto e per questo meno dotato, sette minuti per ogni intervento o risposta. Ad Oid il compito di coordinare la discussione mentre genitori e insegnanti si preparano a seguire la lezione con l’attenzione necessaria: occasioni così non capitano tutti i giorni ed essi sono intenzionati a trarne il massimo profitto.
Per molte ed interessanti ore il confronto percorre i sentieri più disparati, a volte approfondendo questioni note, altre affrontando argomenti inesplorati. Oid riesce a districarsi con notevole maestria anche nel ruolo per lui non certo abituale di moderatore e Matto riscuote significativi apprezzamenti per la sincera attenzione con la quale ascolta tutti gli interventi e per il diligente impegno con cui evita le banalità e le affermazioni troppo perentorie.
Sono già passate le ore più calde del pomeriggio e gli ultimi due nomi evidenziati sulla lavagna luminosa testimoniano l’ormai vicina conclusione della giornata quando gli eventi decidono di prendere tutt’altra direzione.

Pensieri, cose vere e un Mc Person 027
“La parola all’alunna Nicola Pontenegro, della sezione telecomunicazioni”. La voce del professore, che la stanchezza non sembra scalfire, rimbalza ancora una volta squillante tra le pareti dell’aula.
Né alta, né piccola, di età compresa tra i dieci e dodici anni, con quel nome un po’ buffo, un corpo rotondo e due occhi luminosi ed allegri, Nicola emerge d’un tratto dalla quarta fila. A vederla, non sembra patire alcuna emozione: lo sguardo alto, il passo sicuro, il timbro tranquillo durante i saluti di rito. Ma sono proprio le sue parole a segnare quello che gli avvenimenti susseguenti renderanno un giorno fatidico. Colui che prima o poi, presto o tardi, ritroverà da qualche parte il Mc Person 027 potrà leggere le seguenti testuali parole:
“Come ogni giorno anche stamani, venendo a scuola, mi sono fermata per qualche minuto in via degli Illuministi per ammirare la vetrina del negozio di giocattoli dei signori Boll e Strike, quando mi sono sentita chiedere: Nicola, perché? Al mio fianco, un uomo di circa cinquant’anni che, dedita com’ero ad osservare maschere e giochi, non avevo sentito arrivare. Ero sicura di non averlo mai visto prima: me lo confermavano lo strano accento da forestiero e un’eleganza d’altri tempi”.
“Probabilmente, avrei dovuto salutarlo e venir via ed invece, superando il forte imbarazzo, gli ho chiesto a mia volta: perché, cosa?”
“Con gli occhi stanchi e una tensione che il vibrare della voce rendeva evidente ha iniziato a parlare di un sogno di nove mesi prima, di un fiume dai colori luccicanti, di me e di lui a caccia di pesci e di pace. Ad un tratto, come per gioco, mi aveva chiesto quand’è che una cosa può dirsi vera e con non poco stupore mi aveva sentito rispondere . E allora, stavolta per davvero, mi aveva chiesto perché gli uomini non riescono a pensare la felicità. Ma, intanto, di me già non c’era più traccia”.
“Da allora, per nove mesi lunghi come nove vite, non aveva fatto altro che cercarmi in ogni parte del mondo e adesso che mi aveva ritrovata reclamava la sua risposta”.
“L’angoscia si era già impadronita di me quando improvvisamente il sole è scomparso tra i tetti e, con lui, il mio misterioso compagno di sogni”.
“E’ tutto il giorno che ripenso a quanto mi è accaduto e più passano le ore, più la paura svanisce e sento la sua inquietudine farsi mia. Perché dunque gli uomini non pensano la felicità?
Spero che tu che sei un re possa aiutarmi a trovare una risposta”.

Nicola Pontenegro, la felicità e il Sognatore Sconosciuto
Come è noto, tutto ebbe inizio quando gli dei presero a giocare con quelle enormi palle piene di energia e sentimenti: ad ogni scontro un’esplosione, ad ogni esplosione una nuova creazione. Fu la più straordinaria, divertente sassaiola di ogni tempo e non ci fu dio o dea che non ne rimase soddisfatto.
Solo per puro caso, un bel po’ di tempo dopo, qualcuno si accorse che, per quanto la si cercasse, non c’era traccia di civiltà.
Cominciare a domandarsi mille per come e altrettanti perché non era certo da dei. Essi si limitarono perciò a cercarla incessantemente ed in ogni luogo fino a quando, tanti e tanti anni, tante e tante ricerche dopo, non la trovarono negli occhi di un bambino. E da quel giorno i bambini godettero in ogni paese di grande considerazione.
Non c’è dunque da meravigliarsi se l’eco suscitata dalle vicende di Nicola è davvero enorme.
Con l’aiuto del potente Orange 7978 in dotazione alla questura viene tracciato un perfetto identikit del nostro uomo ed avviata una meticolosa ricerca in ogni parte dell’isola, mentre la curiosità e l’interesse della popolazione diventa, come del resto era inevitabile, ogni giorno più grande.
Scienziati e filosofi che, come è noto, non hanno mai smesso di domandarsi se la felicità esiste, perché non siamo felici e come fare per esserlo per sempre, non sembrano stare nella pelle per questa nuova ondata di celebrità. Per qualche tempo, infatti, non ci sarà cosa che possa esistere se non in funzione della conquista e della negazione della felicità.
Difatti, per le strade della capitale non si fa altro che parlare di Nicola Pontenegro, del suo strano racconto, di colui che i media hanno prontamente denominato il Sognatore Sconosciuto.
Ad essi sono dedicate le prime pagine di tutti i quotidiani e dalla più importante rete televisiva nazionale vengono trasmessi ogni giorno telefonate ed appelli. Si dice siano stati prodotti film e serial tv, editi libri e riviste. Di certo sono stati realizzati sondaggi.
Da dove giunge il Sognatore sconosciuto? Ritroverà la piccola Nicola? E perchè gli uomini non pensano la felicità?

Computer, ragazzi e storie a metà
Come ogni sera, Rien 11285E, il computer cantastorie, si interruppe di colpo. Se si dimostrò una sera assai singolare non fu dunque colpa degli eventi. In quell’intreccio di spazio e di tempo chiamato Net non c’era infatti ragione di pretendere, e neanche solo di sperare, che i destini di Matto Curiel, di Nicola Pontenegro, del Sognatore Misterioso o del professor Oid fossero in qualche modo svelati.
Ben altre conseguenze ebbero i sentimenti. Diversamente da ogni altra sera, gran parte dei buchinelcielodaiqualifiltralalucedell’infinito addensati nella piazza della Memoria non riuscì infatti a nascondere la delusione e men che meno il malcontento.
Di una situazione tanto ingarbugliata i più vecchi ricordavano un solo precedente: fu la volta che le sorti di un glorioso impero furono sul punto di dipendere dalla sfida senza senso tra due uomini che la magia di un re scrittore consentì di chiamare Napoleone e Kutuzov.
Agli occhi dei più giovani il tutto appariva invece per davvero incomprensibile. In particolare Rik Cardo, il più piccolo del gruppo, non la smetteva di domandarsi come fosse possibile che in quel posto dove tutto funzionava a meraviglia, dove fin dal principio non veniva tollerata la minima imperfezione, il cantastorie potesse continuare a sfornare storie a metà senza essere inviato alle officine riciclaggio o, meglio ancora, ai reparti di produzione energetica.
“Le domande che non si rispondono da sé nel nascere non avranno mai risposta” gli fece Carlo S. Akfak, estroverso e riccioluto amico del cuore. “Ho visto uomini spendere una vita intera a cercare la felicità. C’è chi l’ha inseguita in una balena bianca, chi nella scoperta di un mondo nuovo. Chissà che a noi non tocchi trovarla in una favola narrata per intero”.
Di altri discorsi non si ebbero notizia. Né di ulteriori proteste. Ma da allora gli specchi di Net restituiscono ombre piuttosto che immagini.

Cose di un altro mondo
Come ogni sera si tolse i chip ad uno ad uno e li ripose con cura, ciascuno al proprio posto. Erano i rari momenti nei quali quasi rimpiangeva il suo mondo, dove quelli come lui potevano tutto solo a volerlo. Era un ben strano mondo, nel quale non aveva esitato ad inventare personaggi ed intrecci di ogni tipo. E in ogni tempo.
Re e Faraoni, Cesari e Imperatori, Generali e Condottieri di quella parte non proprio piccola di universo erano per gran parte opera sua. A volte intrepidi, altre sanguinari, avevano tutti il difetto di non imparare mai niente. E le loro storie finivano inevitabilmente col finire tutte allo stesso modo.
Per questo, nonostante la fatica e gli anni, in fondo non gli dispiaceva essere approdato su quel pianeta fatto di quelle strane cose chiamate bit e chip.
Sembra fossero il segno di una nuova era anche se a dire il vero per lui erano poco più che parole tronche. Proprio come le storie che gli piaceva raccontare.

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