Zia Nunziatina

Su quel lato di Corso Secondigliano il sole arrivava più tardi. Lo sapevo bene, ci passavo ogni giorno, andata e ritorno, da ottobre a giugno, diretto alla Scuola Media Statale Giuseppe Moscati, proprio lui, il medico dei poveri, che un giorno lo avrebbero fatto beato e poi, e per forza, santo, ma a quel tempo chi ci andava a pensare. E sapevo bene che era un giorno diverso dagli altri, nonostante il rumore dei passi, le facce, le voci, fossero quelle di sempre.
First at all, non avevo la cartella, perciò non stavo andando a scuola. La colpa era di mio zio Salvatore, il marito di zia Nunziatina, la sorella più grande di papà, che la notte precedente era passato a miglior vita. Era stata mamma a dirmi del cambio di programma: “Gennaro, io non mi posso muovere perché devo badare al nonno e ai tuoi fratelli, tuo padre ti raggiunge più tardi, si prende due ore di permesso per partecipare al funerale, tocca a te che sei il più grande rappresentare la famiglia fino a quando non arriva papà”. “E la scuola?” “A scola se ne parla dimane, Gennà, e pò che sò tutte sti chiacchiere?”.
Tutte queste chiacchiere? Io una parola e un poco avevo detto, più che altro perché fosse chiaro che ero stato “costretto” a non andare a scuola. La verità è che allora non era come adesso, non c’era bisogno di dire tante cose, il libro dei perché non era stato ancora inventato e i sensi di colpa non si sapeva neanche cosa fossero. Vogliamo dire che era tutto più semplice? E diciamolo, che così almeno ci facciamo fessi con il pensiero. Detto maccheronicamente, come amava fare papà, a quei tempi chi doveva comandare, i genitori, comandava, e chi doveva ubbidire, i figli, ubbidiva. E i miei tredici anni, anche quando avevi la fortuna di avere genitori che non ti condannavano, per ignoranza o per necessità, a un futuro job in black in qualche piccola fabbrica di scarpe o di detersivi, erano più che sufficienti per assumere, fino all’arrivo del leader maximo, il ruolo di legale rappresentante della famiglia.
Ecco, detto questo, posso finalmente confessare che quella mattina ero decisamente contento. Fare festa a scuola, se non avevi la febbre a 40, era davvero un evento raro se avevi un padre come il mio, fissato per lo studio, quaderni e libri nuovi ogni anno perché i figli degli operai non devono sfigurare di fronte ai figli dei professionisti, insomma il classico padre della serie “tu studia a papà che quando ti farai grande farai il concorso alla compagnia del gas, lo vincerai e ti dovranno chiamare signor Pellecchia e non come chiamano a me, don Ferdinando, compresi chilli muccusielli di tecnici che io, con la mia esperienza e le mie capacità, non me li vedo proprio”.
Ma cos’è questo mormorio? Dite che da un ragazzo per bene di tredici anni questo non ve lo aspettavate proprio? Che essere contento della morte dello zio non sta bene?
Just a moment, please! Io non ero contento della morte dello zio, ero contento di non andare a scuola. Mio zio era morto prima. Poi, dopo, io avevo saputo che non sarei andato a scuola ed ero stato contento. Mica era successo all’incontrario. E come facevo io a sapere che sarebbe morto. Fosse ’o Ddio. Sapete quante vite umane avrei potuto salvare? Sarei diventato una celebrità. Di più. Avrei avuto la possibilità, che Nostro Signore neanche a se stesso se l’è data, di decidere “a te ti avviso, perché sei una brava persona, a te no, perché sei un farabutto”. Ecco, adesso sì che sto peccando di superbia, che è peccato grave, bisogna che mi ricordi di fare mea culpa.
Torniamo a noi, anzi a zio Salvatore, che era vissuto più di ottanta anni ed era stato una persona assai particolare. Cosa vuol dire particolare? Ad esempio che la domenica mangiava prima la carne e poi i maccheroni per paura, – si, diceva proprio così –, che se veniva qualcuno a trovarlo doveva offrirgli un poco della carne che spettava a lui. E poi vuol dire che era manesco e che non so quante volte – negli anni in cui papà, mamma, io, mio fratello Armando e la zia Giovannina, la sorella zitella della nonna, la mamma di papà, siamo stati di casa sotto a zia Nunziatina, in una camera di scarsi 4 metri per 5, cucina e gabinetto compreso -, ho visto la zia correre giù per invocare l’aiuto di papà: “Ferdinà, curre, saglie ’ncoppa, Salvatore sta vattenne ’e guaglione e ha dato dduje paccheri pure ’a mme”. E papà ogni volta correva, anche se stava in pigiama, e allora scendeva quando aveva messo a posto la situazione. Non saprei dirvi né come e né perché, ma era l’unico che riusciva a calmare quel mezzo alcolizzato nulla facente di mio zio, scusate, pace all’anema soja, ma quando ci vuole, ci vuole.
Ero arrivato ormai a poche centinaia di metri dalla casa di zia Nunziatina quando scorgo i primi manifesti listati a lutto. Leggo: “dopo una vita dedicata al lavoro e alla famiglia, serenamente come visse si è spento Salvatore Scippacercola”. Azz. Una vita dedicata al lavoro e alla famiglia. Ma si mò mò aggio furnute ’e dicere che era uno scansafatiche che beveva e picchiava moglie e figlie? Ma per favore. Questi fanno come nella canzone, mamma mia come la odio, “chi ha avuto, avuto, avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdammoce ‘o passato, scurdammoce ‘o passato, simmo ‘e Napule, paisá”.
Per carità, da un certo punto di vista, se parliamo di ricchi e di poveri, di fortunati e di sfortunati, di belli e di brutti, va bene, diciamolo pure, è giusto. Ma da un altro punto di vista, quello dei fetenti e delle persone per bene, degli uomini e dei caporali, come diceva Totò, no, non va bene affatto. E allora che scriviamo sopra il manifesto quando, da qui a cento anni, salute a noi, muoiono la zia e le figlie? Io da quando me le ricordo hanno lavorato sempre dieci, dodici e anche quattordici ore al giorno a tagliare e a cucire, con le loro vecchie Singer, giacche e giubbotti per quel loro conoscente che aveva una piccola fabbrica a Melito. Lavoravano così tanto che, pur essendo delle belle ragazze, non hanno mai avuto il tempo di innamorarsi, di fidanzarsi, di sposarsi. E che gli scriviamo a loro, sul manifesto, “dopo una vita passata a s’accidere ’e fatica per mantenere se stesse e quell’essere inutile del padre che si mangiava prima la carne e poi i maccheroni sono morte come due cretine senza aver conosciuto l’amore?” Ma fatemi il piacere. Secondo me ha fatto bene zia Nunziatina. Anche a tanti anni di distanza, quando ci penso, me la vedo ancora davanti agli occhi mentre ogni domenica, domenica dopo domenica, gamba claudicante, passo inesorabilmente alternato, la sua brava sediolina pieghevole appesa al braccio, va al cimitero per allietare il deceduto consorte con ingiurie, sberleffi e anatemi di ogni tipo: “Salvatò, tu m’è dato ’a morte pé ’na vita sana, ma mò tu sì muorte e invece io sto fresca e tosta. Te ricuorde quante sofferenze ce fatte patì a mmè e a è figlie toje? Mò, a te, te stanna mangianno ’e diavoli e nuje stamm ngrazie ’e Dio. Sei stato un fetente, Salvatò, sei stato fetente assai, e mò Nostro Signore te la deve far pagare. Uè, mi raccomando a Te, che sei l’Essere perfettissimo Signore e Creatore del cielo e della terra. Nun fa sconti, è stato troppo fetente. E adesso deve pagare fino all’ultimo. Ci vediamo domenica prossima, Salvatore. Io ccà vengo. E a te ccà te trovo”.
Dite che pure zia Nunziatina era un personaggio particolare? E chi lo nega. A un certo punto l’avevamo soprannominata Highlander perché è stata l’ultima dei Pellecchia della sua generazione a trapassare nel mondo dei giusti, quando ormai i 90 anni se li era lasciati alle spalle da un pezzo, ma il suo vero nome d’arte era un altro: “Ciuccio ’e fuoco”. Si, confermo. Zia Nunziatina è stata un personaggio unico.
Con papà, il più piccolo dei fratelli, unico maschio sopravvissuto, amato e coccolato dalle quattro sorelle, c’era stato una volta un siparietto tragicomico di quelli che sembrano usciti dalle commedie di Eduardo.
La scena: il letto di morte di zia Assunta, la seconda sorella di papà. I personaggi: papà e Zia Nunziatina. L’azione: papà che piange inconsolabile la sorella; zia Nunziatina che arriva claudicante, ansimante, piangente a metà, abbraccia papà, prende a piangere a dirotto, lo abbraccia più forte, si stacca, lo guarda e gli dice “Ferdinà, simme rimasti io e te, mò devi morire sulo tu”. L’epilogo: papà che dapprima rimane esterefatto, poi la guarda, la tocca come a spingerla via, si tocca come a cercare conforto là dove non batte il sole, prende aria e poi finalmente sbotta: “Nunziatì, ma pecché, nun può murì primme tu, ca tieni pure vintanne cchiù ’e me?”. Se avesse potuto, credo che anche zia Assunta sarebbe scoppiata a ridere, di certo non se la prese per il sorriso che illuminò per qualche istante i volti di tutti i presenti.
Zia Nunziatina era fatta così. Da un lato era la bontà fatta persona. Il giorno di San Gennaro si faceva più di due chilometri a piedi per portarmi in regalo una scatola di biscotti e festeggiare il mio onomastico. E che dire dell’uovo di papera sbattuto che mi preparava una mattina sì e una no quando passavo da lei prima di andare a scuola? Già di per sé, l’uovo era il doppio di quello di gallina, poi ci metteva due cucchiai di zucchero e un goccio, così almeno diceva lei, di marsala, roba che se a scuola mi avessero fatto il controllo antidoping mi avrebbero sbattuto fuori almeno per un trimestre. Me lo ricordo come se fosse adesso: “Bevi a zia, bevi, che tu devi crescere e l’ovetto ti fa bene”.
Azz., lo chiamava ovetto. Ancora oggi quando mi chiedono da chi “ho preso” i miei 2 metri, non so se dare la colpa al papà di mamma, 1 metro e 83, un’altezza esagerata per i suoi tempi, o alle uova sbattute di zia Nunziatina. Allo stesso tempo, adesso voi non ci crederete, aveva una capacità unica di creare il quarto d’ora di scomodo, di dire la parola sbagliata al momento giusto, quello buono per creare scompiglio, provocare un equivoco, insomma di far scoppiare un casino. Le veniva come naturale far litigare tra loro le persone, persino quando l’intenzione era quella di mettere una buona parola. Faceva una sola eccezione, ed era per la famiglia Pellecchia. Le Scippacercola, le sue figlie, da adulte erano diventate, come diceva lei, “parenti laschi”. I Pellecchia no.
Ho ancora davanti agli occhi il giorno della morte di mio padre. Matteo, il terzo, che ci raggiunge nella sala mortuaria e ci dice che sta arrivando Highlander. Le vado incontro assieme a Daniele e Michele, i figli gemelli di Armando, il secondo, due ragazzi formato marcantonio anche se al tempo non avevano ancora 13 anni. Zia Nunziatina ci vede. Si ferma. Mi abbraccia. Piange. Si volta verso uno dei ragazzi e gli chiede “tu sei un Pellecchia”. “Sì – risponde lui, timido -, sono il figlio di Armando, lui è mio fratello Michele”. Lei guarda un po’ qua, un po’ là, si soffia forte il naso, e poi fa: “siete due Pellecchia, bravi, crescete e moltiplicatevi”. Poi mi infila il braccio sotto al braccio, fa un cenno con la testa e ce ne andiamo da papà.

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