Zia Carolina

Zia Carolina ci sarebbe stata proprio bene in un romanzo di Cesare Pavese, che le vite delle donne contadine del suo tempo scorrevano tutte più o meno alla stessa maniera, nella valle del Belbo come nei paesi interni tra il Volturno e il Garigliano.
Alta, essenziale nel viso, nei gesti e nelle parole e poi le rughe che le donne della sua generazione se le sono davvero guadagnate tutte, una a una.
Me la ricordo con gli occhi belli, la voce che con il passare degli anni è diventata sempre più un sussurro, e il carattere mite, gentile, elegante come sanno essere le contadine, anche quando la scorgevi in piedi in un angolo, furtiva, con il collo di una gallina tra le mani, che a lei di mangiarla a tavola seduta proprio non gliene teneva (non ne aveva voglia).
Non ricordo di aver sentito da lei un lamento, al massimo un sospiro; certo, magari per quello ci sono state sempre le sue meravigliose figlie, Flora e Silvana, però io mi sono fatto l’idea che non è stata solo questione di opportunità e di confidenza, è che le donne come lei dalla vita prendono quello che la vita dà, senza fare troppe storie, senza fare troppi commenti.
Ricordo che nei giorni buoni mia madre, di qualche anno più piccola, andava quasi ogni pomeriggio a trovare la sorella, “vado un poco a casa di zì Carolina”, diceva, e a volte più tardi pure io la raggiungevo e non lo so se funzionava così anche prima del mio arrivo, ma loro se ne stavano lì più a bisbiglare che a parlare, e molto di più in silenzio, che erano di quelle più portate ad ascoltare che a parlare.
Anche nei giorni cattivi è stato così, per esempio quando mamma è stata ostaggio della interminabile malattia che l’ha portata alla morte, e zia Carolina veniva, si sedeva, ascoltava, raramente commentava, ma c’era, perché sapeva quanto fosse importante per la sorella.
Ecco, in questo tempo troppo spesso assordante e invadente l’insegnamento che porterò sempre con me di zia Carolina è che si può essere affettuosi, accoglienti – la casa di zio Teobaldo, di zia Carolina, di Flora e Silvana per noi Moretti è stata sempre aperta, di più, spalancata – senza fare ammuina, senza frastuono, semplicemente, perché è così che si fa, rispettando il proprio daimon, mantenendo la propria autenticità.
Ciao zia Carolina, se, come certe volte persino io spero, avete ragione voi e ho torto io, salutami mamma. Ti voglio bene.
vincenzo
zc1

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