Luci nei misteri bui dell’universo

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Koichi Itagaki. Cacciatore di supernove. Ha osservato l’esplosione che, a circa 78 milioni di anni luce dalla terra (un anno luce misura poco meno di diecimila miliardi di chilometri, circa 63241 volte la distanza fra la Terra ed il Sole), ha dato origine alla Supernova SN2006jc (una supernova è un’esplosione stellare che determina la formazione di una nuova stella nella sfera celeste; ha una luminosità un miliardo di volte superiore a quella del Sole e una potenza in grado di carbonizzare qualunque pianeta orbitante nei paraggi; è all’origine della formazione di cobalto, uranio, nichel, piombo, iodio, tungsteno, oro e argento nell’universo; data, grandezza, posizione, tipo di supernove scoperte a partire dal 1885 su http://cfa-www.harvard.edu/iau/lists/Supernovae.html). Come ogni scoperta, anche quella di Koichi Itagaki ha prodotto nuove domande: si è trattato di un caso? Era l’annuncio, ancora non previsto da alcuna teoria astrofisica, della fine del processo evolutivo delle stelle di grande massa? Tra coloro che hanno cercato risposte i “nostri” Andrea Pastorella e Massimo Turatto. Il primo, dopo il dottorato all’Università di Padova, lavora all’Università di Belfast e ha coordinato l’equipe internazionale di scienziati (tra i quali Turatto) che ha verificato che il lampo del 2004 è stato emesso dallo stesso corpo celeste che ha generato SN2006jc: una stella supermassiccia (60-100 volte la massa del Sole) giunta nella fase finale della sua evoluzione con un’atmosfera priva di idrogeno. Il secondo continua fortunatamente a impiegare il suo genio in Italia, all’ Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). A giugno i risultati della ricerca sono stati pubblicati su Nature. L’idea, come ha dichiarato Turatto, è “che si possa essere di fronte ad una nuova categoria di oggetti celesti in grado di fornirci indicazioni per migliorare le attuali teorie sulle fasi finali dell’evoluzione delle stelle di grande massa”. L’auspicio è che nella corsa alla scoperta dei misteri dell’universo le nostre strutture di ricerca, e non solo i nostri cervelli, possano avere un ruolo sempre più importante.

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