Caro prof. ti scrivo

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Categories: Il Libro

Igi
Gentile prof. Moretti,
sono una ex studentessa di sociologia che ha seguito il suo corso alla triennale. Ho appena prenotato il suo libro Testa, mani e cuore, perché mi è capitato sotto gli occhi un pezzo di pag. 49 che mi ha colpito tantissimo (Accettare un risultato diverso da quello che ti aspettavi, e magari meritavi, è un pregio, mica un difetto!!), e che ha risposto ad una domanda che mi ponevo da tempo. Una risposta che, in realtà, già conosco, ma faccio difficoltà ad accettare.  Ahimè, non ce la faccio proprio ad aspettare che il libro arrivi e, vorrei, se posso, porle una domanda: secondo lei, come si fa a non smettere di condannarsi ad essere i migliori sapendo che non dipende solo da te, soprattutto quando spesso inciampi in situazioni dove le opportunità erano fittizie, gli strumenti inadatti, le persone sbagliate etc etc, e non te ne sei accorto prima? Qual è l’equilibrio giusto fra la condanna ad essere sempre il numero uno e l’accettazione di un risultato diverso da quello che ti aspettavi/meritavi? (perché a me sembra che i due atteggiamenti confliggano  un poco). Detta così la domanda può sembrare banale, la solita domanda retorica di chi è disilluso. Ma quando ci sei dentro, quando credi nelle cose che fai, è davvero complicato, diventa un grattacapo. Mi riferisco alla mia esperienza personale, ma anche alle esperienze di tanti giovani, come me, che si danno tanto da fare fra laurea, master, lavoretti vari, corsi di tutti i generi, ma non riescono a fare passi in avanti a causa della situazione particolare che stiamo vivendo, e sono costretti ad accontentarsi. Personalmente, mi condanno da una vita ad essere il numero uno e non smetterò mai di farlo. È una condanna insita nel mio nome, che in aramaico significa ‘guerriera’. Anzi, credevo che fosse questo il problema, ma a quanto pare, e fortunatamente, mi sbagliavo. Però, è vero anche che a volte diventa davvero difficile. Grazie.

Prof.
Grazie di avermi scritto. Dammi qualche minuto e ti rispondo.

GI
Va bene, anche dieci, voglio una buona risposta!

Prof.
Buona risposta non lo so, una risposta vera sí, vera nel senso di mia, di risposta in cui credo.

Igi
Ok

Prof.
Allora, la mia risposta è in quattro punti:
1. Avendo seguito il corso sai che sono una persona normale e che, come tutte le persone normali, ho un mare di domande e pochissime risposte.

Igi
Si, mi ricordo.

Prof.
2. Scegliere l’approccio che hai tu, che ha la protagonista del mio racconto, che ho io, ti fa vivere una vita più difficile e non più semplice di quella che vivresti se seguissi altre vie.

Igi
Già. E se l’approccio è dentro non riesci nemmeno a mandarlo via, è come una forza che parte da dentro che però ti fa sbattere testa e muro tante di quelle volte.

Prof.
3. Avere quell’approccio però ti permette di farcela su un livello diverso dagli altri. Le parole chiave sono due: pazienza e lavoro. Molta pazienza. E molto lavoro. E poi bisogna avere anche la capacità di vedere i centimetri che sono intorno a sé, e la determinazione giusta per conquistarli. Per fare un esempio esagerato se anche uno decide di vendere gelati è meglio che non li venda in Italia, ma a Londra, così impara l’inglese, e se conosce l’inglese che li venda a Pechino, cosí impara il cinese. E se per un periodo bisogna lavorare per pochi soldi si può fare solo in cambio di un lavoro importante dal punto di vista professionale, un lavoro che permette cioè di costruire relazioni, di imparare cose e di imparare a fare cose.

4. È questione di tempo, ma se si fa così ogni benedetto o maledetto giorni che si mettono i piedi giù dal letto, al 90% ce la si fa. E se anche coloro per una qualche ragione fanno parte del 10% a vivere così avranno vissuto una vita più ricca, più felice, più degna di essere vissuta. Visto che mi hai scritto, penso che possa valere qualcosa per te il fatto che queste stesse parole le ho dette ieri sera, parlando di me, alle persone che sono venute alla presentazione di Testa, mani e cuore a Portici.

Igi
Il punto è che, come dice lei, poi non tutto dipende da sé, magari fosse così. Se pure uno fa tutto quello che lei suggerisce dove li mettiamo tutti i fulmini e le saette di percorso?? Che si fa, si cambia strada se si vede che una non funziona?

Prof.
Si può anche cambiare strada, ma non l’approccio, altrimenti si perde tutto. Sull’approccio vai dritto, e vedi che ce la fai.

Igi
Per ora la ringrazio, sicuramente la ricontatterò dopo aver letto il libro. E mi faccia sapere dove pubblica la mia lettera e la sua risposta perché vorrei confrontarmi con le altre eventuali risposte!

2 thoughts on “Caro prof. ti scrivo

  1. igi says:

    Cara Francesca, hai ragione quando dici “sapere di avercela messa tutta dà molto. Non subito forse, ma rimane”. Anche se lì per lì il pensiero più veloce è: “se ce l’ho messa tutta, perché non ce l’ho fatta?”. Una domanda che ci porterebbe a perdere l’approccio giusto, quello vincente!
    Io credo che se tutti lavorassimo sulla capacità di accettare un risultato diverso da quello che volevamo/meritavamo, e non è facilissimo, il nostro sarebbe un impegno veramente costruttivo e forse (ma non ne sono ancora convinta) un pochettino avremmo vinto a prescindere dal risultato.

  2. Francesca says:

    Ho letto con interesse questa conversazione. Forse perche’ e’ una domanda che anche io spesso mi son fatta. E l’unica cosa che davvero rimane e’ il sapere di aver fatto bene una cosa. Sapere di avercela messa tutta da’ molto. Non subito forse, ma rimane.

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