Piazzetta Augusteo

Questa storia qui comincia a piazzetta Augusteo. Funicolare centrale. Ore 5.35 p.m. Sono di ritorno da Roma e ho nello zaino, assieme all’immancabile Mac, 6-7 libri di varia umanità, che tradotto in soldoni vuol dire che non ce la faccio più a camminare con tutto quel peso addosso.

Scendere o non scendere, questo è il (mio) problema. No, che avete capito, io con la funicolare da piazzetta Augusteo, in pratica via Roma, ma sì, proprio la vecchia via Toledo, devo salire per andare a casa mia, al Petraio. Scendere o non scendere si riferisce al dopo.

Alle 5.40 la funicolare va. Io mi dico “scendo”. Tra i denti. Non abbastanza tra i denti. La signora a fianco mi dice “questa sale”. Sorrido. Le faccio cenno, con la testa, di sì. Aggiungo, a parole, che scendo si riferisce al dopo, “dovrei comprare qualcosa da mangiare”. Lei non sorride. Mi dice “già, ogni tanto tocca anche a voi”. Per fortuna scoppiamo a ridere tutti e due. Ancora qualche chiacchiera e poi scendo. Dalla funicolare. Poi salgo verso casa.
Arrivo. Metto giù Mac e libri senza togliere neanche il cappello. Se lo faccio è la fine, dopo il cappello sarebbe il turno delle scarpe e poi, complice una piroetta degna di maggior fortuna, dell’impermeabile. A quel punto non mi smuoverebbero più neanche le cannonate. E allora addio cena.

Mi ricordo che ho promesso di dare una copia di Bella Napoli al mio vicino. Gliela porto. E scendo. Questa volta proprio nel senso che scendo. La pioggia ha concesso una tregua. Telefono a Cinzia. Scendere al corso a fare la spesa o passo anche per la Feltrinelli, questo è adesso il problema. Lei prima si sintonizza sul mio canale stanchezza e mi suggerisce di fare le spesa e tornarmene a ca. Poi cambia canale. Sul secondo trasmettono “fai le cose che vuoi fare” e così mi dà la spinta decisiva. Scendo ancora. Direzione Piazza dei Martiri. Procedo veloce ma il pensiero del panino con la mortadella è più veloce ancora. Mi dico “Vicié, oggi hai mangiato solo qualche pasticcino, se non metti qualcosa nello stomaco non ci arrivi neanche alla Feltrinelli”. Entro nella prima salumeria sulla sinistra.
Entro. Al banco un pakistano che parla un perfetto italiano. Gli dico del panino, piccolo, mortadella e provola abbondante. E lui va.

Passano un paio di minuti ed entra una signora, mi dirà poi che ha 68 anni, in pigiama, con uno scialle ampio sulle spalle, che si siede sulla seggiola di fianco alla cassa.

La signora chiede, in napoletano, se il figlio è uscito. L’uomo che mi sta facendo il panino risponde, in impeccabile napoletano, che è andato a fare un servizio e tornerà tra mezzora.

Poco dopo entra un altro signore pakistano per comprare del latte. La signora gli chiede se ha chiesto alla moglie cos’è il biscuit. L’uomo non risponde, la signora gli da un colpo affettuso con il giornale sul braccio e mi chiede se lo so io. Un pò mi preoccupo, anzi no, mi diverto tanto. Io non lo so, ma lo associo a Beppe, esco fuori e lo chiamo. Beppe mi spiega che è un tipo di porcelllana pregiato perchè, spero di aver capito bene, viene cotto due volte.
Entro e lo dico alla signora, che è felice, mi dice che sua nonna, che è morta 48 (quarantotto) anni fa diceva a lei che era una bambola di biscuit e che lei adesso lo ripete alla nipote, ma non aveva mai saputo cosa significasse.

Sorrido, pago 3.50 per il panino e appena esco ne faccio fuori quasi un terzo con un morso (era davvero piccolo però).

Arrivo alla Feltrinelli e il mio amico Gianni, il direttore, mi dice che stanno presentando il libro di Remo Bodei. Mi catapulto. Il tema è l’ira. Il titolo della collana sui 7 vizi capitali che la casa editrice Il Mulino ha affidato al mitico filosofo.
Lo ascolto come ogni volta rapito dalla sua cultura e dalla sua mitezza. Ci svela che persino lui viene preso dall’ira e ci fa anche un pò sorridere quando racconta della multa che si è letteralmente mangiato quando lo hanno multato per la seconda volta per lo stesso divieto di sosta.
Lo invidio quando racconta che se n’è andato negli Stati Uniti quando nell’università italiana sono stati introdotti i crediti e lo hanno cominciato a criticare per i suoi programmi di troppe pagine.

Finisce tutto troppo presto per il piacere e la cultura,  quasi troppo tardi per la spesa.
Il quasi lo tolgo quasi subito, il tempo che 4-5 assidui frequentatori delle presentazioni, di quelli un pò encomiabili e un pò incredibili che mettono assieme Bodei e me, mi avvicinano e mi cominciano a parlare di Bella Napoli e della presentazione di 2 settimane prima.

Sono una ventina di minuti, naturalmente gratificanti per me, ma alle 8.10 p.m. posso mettere una croce sulla mia spesa al supermercato. Da vecchio scugnizzo napoletano non mi scoraggio, decido che dopo il panino mortadella e provola me ne vado da Leopoldo e mi sparo due zeppole di san Giuseppe. Arrivo da Leopoldo e le zeppole sono finite, cioè due ci sono, ma mignon.

L’istinto mi dice di andarmene indignato, la ragione di comprarle prima che me le portino via. Siamo o non siamo discendenti di Voltaire? Prendo, pago, mangio. Alle 20.40 riprendo la funicolare centrale. Non lo so se è stata la cultura o il panino piccolo mortadella e provola abbondante insieme alle 2 zeppoline. Sta di fatto che sono tornato sazio. Vabbé non esageriamo, diciamo contento.

4 thoughts on “Piazzetta Augusteo

  1. Sazio significa anche soddisfatto e,credo, il cibo dell’anima dona maggiore soddisfazione di quello del corpo. Certamente, a stomaco vuoto, non è che ci si possa concentrare troppo ma di zuccheri, comunque, ne erano entrati a sufficienza per saziarsi di cultura.
    E’ stato bello e “saziante” leggere questo suo racconto, come sempre del resto. ( Aspetto sempre il libro con le dediche)

  2. Vincè mi piacerebbe sapere di più della signora in pigiama… come del ragazzino al bar che accompagnava il papà meccanico… ri-incontrarli ancora e sentire le loro voci che ci parlano di quotidianità e di contatti immediati, spontanei, pieni di slanci senza convenevoli. Mi piace questa tua audacia colorata e generosa, una ricchezza che allarga un sorriso ..mentre” muzzich”i il tempo e scombini lo stomaco.(Mi fai venire voglia di mandarti una pony-polpetta! ci penserò per la prossima presentazione libraria…macchè libreria, apriamo in una rosticceria…ahhh )

  3. L’ho già accennato su Facebook, e lo ribadisco qui, adesso che ho un po’ più di tempo: la bellezza di questo racconto sta nel fatto che sembra di sentirlo narrare dalla viva voce dell’autore. Io che ho la fortuna di averla sentita, quella voce sommessa che non dice mai cose banali, posso anche figurarmi Vincenzo che, seduto nel suo metro e quasi un altro, il cappello in testa, a un tavolino di caffè, parla di ciò che ha visto e annotato. Sì, perché la particolarità di Vincenzo è che riesce a cogliere l’essenziale, riesce a vedere le connessioni – e in questo, anche se lui lo negherà, in fondo all’animo è un vero poeta. Ecco, quello che alla fine risalta davvero in queste righe è la poesia. Sì, si può fare poesia anche in prosa…

  4. Non so se già te l’ha detto qualcuno più autorevole di me a riguardo, ma ritengo che il racconto che fa da incipit a “Bella Napoli”, così come la tua cronaca del ritorno a casa con quasi immediata riuscita con “marenna” a base di panino con mortadella e provola abbondante per poi piombarsi alla Feltrinelli, rivelano un grande narratore. Lo stile, che credo innato, si direbbe realista-minimalista, senza fronzoli, o, come si direbbe internazionalmente, LESS.
    Uno stile davvero delizioso che denota il gusto del racconto.
    Vincè, davvero ti piace scrivere, così come ti piace parlare e direi che scrivi come parli,e, ca va sans dire, secondo me è un grande pregio, anzi la cosa migliore che può accadere a uno che narra.

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